Susanna e Angelica, due donne allo specchio, due donne raccontate da due uomini (il sensibile Wolf-Ferrari e il “crudele” – si fa per dire – Puccini), che si riflettono nel vivere un intimo segreto: leggero e frivolo l’uno, doloroso e e lacerante l’altro. La Contessa Susanna, fresca sposa, nasconde al marito Gil (in alcuni tratti quasi un Raniero di verdoniana memoria) la sua passione per il tabagismo, fenomeno che d’altronde in quegli anni aveva conquistato gentildonne e gentiluomini di tutto il mondo: da Elisabetta Imperatrice d’Austria-Ungheria (la tanto amata Sisi, che dal suo amore per il fumo ricevette in dono una dentatura gialla che le procurò non pochi problemi d’etichetta) ai nascenti divi dell’industria del cinema; Angelica, donna, madre, privata della gioia del suo bambino, confinata e condannata ad espiare la sua vergognosa colpa in un convento, dove smarrisce la sua individualità.

Queste sono le due donne protagoniste dell’apertura della stagione lirica 2022 del Teatro Filarmonico di Verona con Il segreto di Susanna di Ermanno Wolf-Ferrari e Suor Angelica di Giacomo Puccini: un’inaugurazione al femminile in tutte le sue componenti (escludendo l’unico mattatore maschile, Vittorio Prato nei panni del Conte Gil e il curatore delle azzeccate luci Andrea Tocchio).

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Sul podio il M° Gianna Fratta forniva una lettura di ottima asciuttezza teatrale e di adeguata compattezza musicale, a cui bene rispondeva sia l’Orchestra dell’Arena di Verona che il coro diretto dal M° Ulisse Trabacchin. La partitura di Wolf-Ferrari tuttavia riusciva più convincentemente gestita, mentre Suor Angelica avrebbe avuto bisogno, a nostro parere, di una ulteriore limatura per quanto riguarda i numerosi interventi delle suore gregarie, tra le quali spiccavano Alice Marini come sonora Maestra delle novizie e la bravissima Rosanna Lo Greco nel non indifferente ruolo di Suor Genovieffa. Corrette Tiziana Realdini (La Badessa), Alessandra Andreetti (La Suora zelatrice), Sonia Bianchetti (Suor Osmina), Jessica Zizioli (Suor Dolcina), Elisa Fortunati (La Suora infermiera), Manuela Schenale (Prima cercatrice), Grazia Montanari (Seconda cercatrice), Emanuela Simonetto (Prima conversa), Mirca Molinari (Seconda conversa) e Cecilia Rizzetto (Una novizia).

Graziella DeBattista non convinceva nei panni della gelida Zia Principessa, calcando troppo la mano sui tratti caricaturali del personaggio. Pur dotata di voce importante, manca ancora alla cantante l’autorevolezza interpretativa per trasmettere tutta la monumentalità di un ruolo breve ma di rara incisività drammatica.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Non manca invece di forza intepretativa l’Angelica di Chiara Isotton, che non solo subentrava last-minute nello spettacolo in sostituzione della prevista Donata D’Annunzio Lombardi, ma debuttava il personaggio. Un debutto convincente, che risente di un ovvio margine di miglioramento, ma che metteva in luce anche un’energia e un coinvolgimento tutto da lodare.

Assoluti protagonisti dell’intermezzo di Wolf-Ferrari sono Vittorio Prato e nel ruolo del titolo Lavinia Bini. Prato è un Conte vocalmente inappuntabile, dotato di verve aristocratica, attore di carismatica presenza, dalla comicità spassosamente anglosassone. Lei, la brillante Susanna di Lavinia Bini, incanta per lo spirito vivo, la freschezza della recitazione, la spontaneità nel porgere un canto sorgivo, liricamente corposo, ma capace di un gioco dinamico avvolgente e fascinoso, tanto da farci pensare a Magda de La Rondine pucciniana, un ruolo che le calzerebbe alla perfezione.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Resta da dire delle due artefici dell’aspetto visivo/teatrale della produzione. Per Il segreto di Susanna vedevamo il ritorno di Federica Zagatti Wolf-Ferrari, dopo il felice debutto veronese di fine 2021 con il dittico La voix humaine/The Telephone. La brava regista, confrontandosi con un’opera del celebre ascendente, ne delinea la vicenda con un gioco teatrale pulito, perfetto nel ritrarre le dinamiche tra i due nobili coniugi, utilizzando con maestria la figura del servo muto Sante (interpretato da Roberto Moro) e facendo uso di un senso della comicità sottile ed elegante, ma dai tratti giustamente spumeggianti. Giorgia Guerra alle prese con il dramma di Angelica, sembra voler sottolineare con la sua visione, non solo la solitudine del personaggio, ma anche la desolazione del finale. Sembra non esserci davvero una salvezza divina per Angelica, come invero la musica suggerisce (attenzione, suggerisce non impone, questo in Puccini è fondamentale), ma piuttosto un razionale ricongiungimento con la sua sfera di donna e il raggiungimento di una consapevolezza materna. Lo si può scorgere negli istanti finali, dopo che ha rivestito i suoi panni borghesi e ha gettato a terra la grande statua della Madonna con bambino.

Entrambe le opere si avvalevano dell’essenziale ma efficacissimo apparato scenico fimato da Serena Rocco e degli altrettanto funzionali costumi di Lorena Marin.

Il successo è stato vivo (nonostante si sia ancora lontani dal pienone di pubblico): una buona partenza di stagione.

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