Il biennio travagliato che abbiamo alle spalle ha avuto una sola colonna sonora adatta alle scene operistiche piemontesi: La Bohème di Giacomo Puccini. Lo spettacolo, pensato per essere portato in scena nel marzo 2020, è diventato la celebrazione perfetta dei 125 anni dalla sua prima assoluta, avvenuta il 1 febbraio 1896 proprio al Regio di Torino. Fu trasmesso in streaming nel corso del febbraio 2021, promettendo l’ennesima riprogrammazione prevista prima che il Teatro finisse sotto i ferri dei necessari lavori di ammodernamento del palcoscenico. Al 12 febbraio 2022, dunque, la stessa Bohème accoglie nuovamente appassionati, abbonati e anche qualcuno che in questi due anni si è avvicinato al suo splendido mondo. 

Elemento di assoluto interesse di questa produzione torinese è rappresentato dalle scene di Leila Fteita (con i dipinti di Rinaldo Rinaldi), modellate sui bozzetti originali di Adolf Hohenstein. Fiabesco e didascalico sono i due aggettivi che più le aggradano e che rendono l’idea della forza evocativa che assumono. La loro azione si gioca a doppio taglio su due piani differenti: da una parte una funzionalità asciutta ed efficiente, dall’altra una narrazione compiuta in grado di reggere l’intero spettacolo in compagnia con gli efficaci costumi di Nicoletta Ceccolini. Questi, nella loro statualità, comunicano bene coi giochi di luce curati da Andrea Anfossi.

Sul piano strumentale risulta forse eccessivamente funzionale la direzione di Pier Giorgio Morandi, la cui asciuttezza manca di dare all’opera quel colore che ci si aspetterebbe, senza comunque omettere di notare una precisione esecutiva estremamente raffinata e pulita, tanto nel secondo quadro, dove trova conferma il Coro del Teatro Regio di Andrea Secchi, quanto sul finale, eseguito magistralmente.

Convince pienamente il cast vocale, soprattutto nella voce di Ilya Kutyukhin, che dipinge un Marcello dalla solida rotondità, e di Valentin Dytiuk, del cui Rodolfo si apprezzano il registro acuto pulito e dinamico oltre che un timbro vellutato ma limpido, che contribuisce alla creazione di un personaggio espressivamente valido ma allo stesso tempo attento a non scadere nell’eccesso patetico. Meno espressiva è invece la Mimì di Maritina Tampakopoulos, rapita forse dall’eccessiva rigidità registica di questa produzione, che non evita tuttavia di presentare un timbro limpido ma cremoso e nel complesso soddisfacente. Apprezzata, è ancora la Musetta di Valentina Mastrangelo, che affronta la parte in maniera decisa nel corso del secondo quadro e poi via via più sommessamente con la risoluzione della vicenda. Molto buona la prova sia dello Schaunard di Vincenzo Nizzardo che del Colline di Riccardo Fassi. Arricchiscono musicalmente il cast le voci di Matteo Peirone (Benoît e Alcindoro), Sabino Gaita (Parpignol), Marco Tognazzi (Un Doganiere) e Desaret Laika (Sergente dei Doganieri). 

La serata volge al termine con scroscianti applausi, rivolti non solo a uno spettacolo che, pur celebrando il passato, presenta elementi di interesse e originalità interpretativi, ma anche a un Teatro Regio finalmente pronto ad accogliere una stagione di largo respiro dopo anni di pandemia, lavori e stagioni necessariamente in bilico.

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