Dall’8 al 17 febbraio è andata in scena al Costanzi, Luisa Miller, melodramma tragico (così riporta l’indicazione) di Giuseppe Verdi. L’opera, non fra le più rappresentate del repertorio verdiano, rappresenta per il fruitore d’opera un “luogo” interessante di ascolto. Innanzitutto, l’opera è del 1849, precedente, dunque, la cosiddetta “Trilogia popolare” di pochi anni, e dunque in quegli anni di mezzo fra il primo Verdi belcantista, quello di Nabucco, I Lombardi alla prima crociata ed Alzira, e il Verdi della “Trilogia”, che inizierà a sviluppare tutte le caratteristiche di opere mature come Don Carlo, Aida o Otello.
Interessante risultano poi i temi affrontati nell’opera, fra tutti il topos verdiano per eccellenza: il rapporto genitore/figli – in questo caso con la doppia declinazione padre-figlio, Walter-Rodolfo, e padre-figlia, Miller-Luisa – intessuto nelle vicende tormentate dei due amanti, Rodolfo e Luisa, in una dinamica di potere, orchestrata dal perfido Wurm.
L’opera è dominata drammaturgicamente dalla fragile figura di Luisa, eroina indiscussa dell’opera. Vittima di soprusi, e ardente di spirito di sacrificio, il compositore le dona pagine di grande bellezza e potenza drammaturgica: si pensi alla spensieratezza della cavatina iniziale, o al dramma dell’aria del secondo atto e del duetto con Wurm. Ad inscenare questo dramma vi è l’allestimento di Damiano Michieletto, in prestito dalla  Opernhaus Zürich. Nella mente del regista, Luisa Miller è un dramma familiare che si consuma fra mura domestiche. Non un dramma di grandi personaggi storici  o di drammi corali, ma una tragedia che si svolge nel nucleo più piccolo della società. Le scene di Paolo Fantin, valorizzate dalle luci di Alessandro Carletti, riproducono esattamente questo: una stanza divisa a metà da un led bianco, a mostrare due lati di una stessa realtà, apparentemente simili, ma in realtà uguali. I Costumi di Carla Teti portano la vicenda, che dalle scene sarebbe priva di tempo, negli anni ’50 del ‘900 e ben sottolineano le differenze sociali fra i personaggi.

©Fabrizio Sansoni/TOR

La recita a cui si fa riferimento è l’ultima recita del 17 febbraio. La direzione musicale è affidata al neo direttore musicale dell’Opera di Roma Michele Mariotti, il quale si muove spigliatamente nella partitura, donando al pubblico del Costanzi una ouverture esemplare. Di forte presenza nella gestione del coro, brillantemente preparato dal Maestro Roberto Gabbiani, è altresì eccellente nello stimolare colori e dinamiche dall’orchestra del teatro. Il risultato di questo lavoro è un successo personale del direttore a fine serata.

Ma i veri trionfatori della serata, che si è conclusa con numerose ovazioni, anche a scena aperta, li troviamo sul versante vocale. Veri Mattatori della serata sono stati Amartuvshin Enkhbat e Antonio Poli. Il baritono mongolo, nel ruolo di Miller, dall’alto dei suoi immensi e lodevoli mezzi vocali, a partire da un volume impressionante, ha saputo ben tratteggiare i caratteri del padre della protagonista: attento, amorevole ma incisivo. Già nel primo atto il pubblico ha più volte interrotto la recita per tributargli il giusto plauso. Il tenore Antonio Poli ha brillato nel ruolo di Rodolfo. Il ruolo, periglioso e impervio, gli calza a pennello. La parola è sempre scandita nel recitativo, il timbro è brunito nella prima ottava ma fiero ed argenteo nella salita all’acuto. La famosa aria, “Quando le sere al placido”, è eseguita in modo passionale e ciò ha acceso calori applausi a scena aperta.

©Fabrizio Sansoni/TOR

A ricoprire il ruolo della protagonista è la beniamina verdiana del teatro dell’Opera nelle ultime stagioni: Roberta Mantegna. Ella, nel delineare il personaggio, preferisce l’elemento di umanità e di dolcezza, non a caso è particolarmente a suo agio nella leggerezza dell’aria del primo atto, vera sfida di picchiettati, trilli e volatine, e nell’ultimo atto. Si sarebbe invece preferito maggiore piglio e incisività nell’aria del secondo atto. Ad incarnare un Wurm spietato è Marco Spotti, di cui si sono riconosciute le capacità attoriali nel delineare un personaggio spregevole al pari di uno Jago. Vocalmente ragguardevole è la Federica di Daniela Barcellona. La linea di canto è limpida e omogenea, dalle sonore discese di petto allo squillante registro di testa. Meravigliosamente nel fisico del ruolo è infine il Conte di Michele Pertusi la cui performance può essere riassunta con la parola “autorevole”, nella presenza scenica, nel canto e nella pronuncia.
Completano il Cast la Laura di Irene Savignano, di cui si è apprezzato il timbro e il ragguardevole volume e un contadino di Rodrigo Ortiz, entrambi provenienti dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma.

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