Vero coup de théâtre alla prima di una splendida Manon Lescaut genovese. A circa dieci minuti dall’inizio dell’opera entra in scena un’imponente locomotiva a vapore, con annesso fumo scenico sbuffante fuori dal camino per donare maggior realismo: è il treno su cui ha viaggiato Manon. Ecco che inizia il duetto, Manon canta, Renato – Marcelo Álvarez risponde, ma inizia a spazientirsi, si interrompe, riprende, s’agita e si ferma facendo di conseguenza fermare l’opera intera. La storia è ormai nota, così come ormai chiusa e dimenticata. Quindi passiamo volentieri oltre parlando dello spettacolo. Senza dubbio il vero trionfatore è Riccardo Massi, accolto come un salvatore con lunghi e calorosi applausi anche a scena aperta, costringendo l’Orchestra all’interruzione.

Il tenore, inizialmente previsto per il secondo cast, ha dalla sua un bellissimo timbro da lirico spinto, degli acuti sicuri e centrati, un’ottima presenza scenica, fresca e giovanile, mai gigionesca. Unici piccoli appunti, un vibrato talvolta molto pronunciato ed una dizione non sempre precisa. Ottimo successo anche per il soprano uruguayano Maria José Siri, una grande ed affermata interprete pucciniana, che si distingue non solo per acuti svettanti e sostenuti con sicurezza e per un timbro morbido e sinuoso, che perfettamente si adatta al ruolo di Manon Lescaut, ma anche per un fraseggio curato, che rende perfettamente la giovinezza e sensualità del personaggio interpretato.

©Marcello Orselli/Teatro Carlo Felice di Genova

Ottimo anche il Lescaut di Massimo Cavalletti, baritono che costituisce indubbiamente una garanzia, interprete sicuro sia scenicamente sia vocalmente. Un Geronte di Ravoir di lusso quello del basso Matteo Peirone, non solo ottimo cantante, ma soprattutto grande teatrante nel senso pienamente positivo del termine.

Completano correttamente il cast l’Edmondo di Giuseppe Infantino, l’oste di Claudio Ottino, il maestro di ballo di Francesco Pittari, il musico di Gaia Petrone, il sergente di Matteo Armanino, il lampionario di Francesco Pittari, il Comandante di Loris Purpura.

Ottima la direzione del Maestro Donato Renzetti, che torna sul podio genovese donando grande verismo all’Orchestra del Teatro Carlo Felice, sostenendo sempre in maniera abile e calibrata la mole di suono proveniente dal golfo mistico a favore dei cantanti, senza mai per questo tralasciare tutte le espressioni di sensualità, freschezza, drammaticità e commozione che la partitura prevede.

Molto bene il Coro del Carlo Felice, diretto dal Maestro Francesco Aliberti.

La regia di Davide Livermore è indubbiamente destinata a far discutere, come la maggior parte dei lavori dell’artista torinese, scindendo il pubblico in sostenitori e detrattori.Consapevoli che l’opera che si andrà a vedere non sarà certamente la tradizionale Manon Lescaut prevista da Puccini, Illica & co., e consapevoli che la reinterpretazione ad opera del regista potrà essere soggettivamente più o meno sensata e più o meno di proprio gradimento, se si provasse a distaccarsi da tale pensiero, credo non si possa fare a meno di apprezzare la genialità del suo operato, nell’oggettiva dedizione e cura dei dettagli. Discorso, quello della cura dei dettagli, che può essere indubbiamente esteso alle scene di Giò Forma e dello stesso Livermore, ai costumi di Giusi Giustino, alle luci di Nicolas Bovey e al videodesign della D-Wok, che hanno contribuito in maniera fondamentale ad una resa così cinematografica.   

©Marcello Orselli/Teatro Carlo Felice di Genova

Per quanto riguarda i grandi cambiamenti ad opera del regista, sicuramente vi è la trasposizione temporale, che ha portato la vicenda ad essere ambientata ad inizio del secolo scorso, negli anni delle grandi migrazioni di europei in America. L’intera opera altro non sarà dunque che il ricordo di un vecchio Des Grieux (interpretato da Roberto Alinghieri) che, tornato ormai anziano sullo stesso isolotto della baia di New York dove la vita della sua amata Manon è finita anni prima, ripercorre coi ricordi la propria vita assieme a lei.

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