Anna Bolena è senza dubbio un sommo capolavoro, non solo del Maestro bergamasco Donizetti, ma dell’intera storia dell’opera. Agli artisti coinvolti viene richiesto grande impegno vocale e grande presenza scenica, necessaria a catturare lo spettatore vista una drammaturgia non troppo dinamica. All’Opera Nazionale di Amsterdam è andata in scena una produzione di assoluto rilievo, degna di un grande teatro e di questo grande titolo.

Il cast vocale aveva come punta di eccellenza uno dei soprani più acclamati e celebrati del mondo: Marina Rebeka. Le aspettative non sono andate deluse: il soprano lettone possiede un timbro sontuoso, una voce ben proiettata e potente, la tecnica è impeccabile e le consente di destreggiarsi tra acuti svettanti e gravi tuonanti, agilità ed espressività. Il fraseggio è sublime, riesce a far emerge in maniera maestosa tutta l’umanità, la pietà e la dignità di una regina e donna tradita ed umilita. Marina Rebeka è essenzialmente “divina”: arriva al pubblico, coinvolge, travolge e commuove. Quando l’opera termina, con un impeccabile Mib sovracuto, il sipario cala, per poi riaprirsi poco dopo con lei, sola al centro della scena, e quasi milleseicento persone, giovani ed anziani, si alzano in piedi per tributarle un toccante ed esaltante trionfo, destinato ad essere ricordato a lungo nel teatro della capitale olandese.

Il resto del cast è di altissimo livello ed emergono in particolar modo le altre due voci femminili, a cominciare da Raffaella Lupinacci, giovane mezzosoprano italiano che ha definito una Seymour di pregio, convincente sotto ogni aspetto, impeccabile vocalmente e decisa sulla scena. Non c’è spazio a divismi, ma solo all’arte, alla bravura ed alla sintonia tra grandi professioniste e la Lupinacci riesce così a conquistare il pubblico. Come già anticipato, molto valido anche lo Smeton di Cecilia Molinari. La parte, marcatamente belcantista, seppur non consenta successi da protagonista, riesce a far emergere un ottimo materiale vocale, che fa nascere l’interesse di ascoltare ancora la giovane cantante italiana in un ruolo più drammaticamente centrale.

©Ben van Duin

Molto convincenti, pur non sullo stesso livello i protagonisti maschili. Il basso Adrian Sâmpetrean è un Enrico VIII dall’indubbia forte presenza scenica, il fraseggio è curato e la voce brunita nel colore, ma manca talvolta di spessore venendo occasionalmente sovrastato dall’insieme. Il tenore Ismael Jordi è un Percy anch’esso dall’ottima presenza scenica, con degli acuti squillanti e sicuri, ma non convince la risoluzione di alcuni passagi e la dizione.

Completano correttamente il cast il Lord Rochefor di Frederik Bergman e il Signor Hervey di Ian Matthew Castro.

Concludendo sul versante musicale, curata e pregevole, anche se senza un’autentica e totale adesione stilistica è stata la prestazione della Kamerorkest Olandese, diretta da Enrique Mazzola, ed altrettanto si può dire del Coro dell’Opera Nazionale diretto da Klaas-Jan de Groot.

©Ben van Duin

Sul versante scenico, l’esecuzione è stata pulita, nulla ha disturbato, ma nulla, personalmente, ha neanche colpito. La regia porta la firma di Jetske Mijnssen, i costumi di Klaus Bruns sono classici, le luci di Cor van den Brink rendono l’atmosfera funzionalmente drammatica, le scene di Ben Baur sono poche e semplici, ma rimane sostanzialmente poco convincente la scelta (decisamente non orgininale) delle grandi porte e delle bambole, elementi sostanzialmente dominanti di questa coproduzione col Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia e col Teatro di San Carlo di Napoli.

Al termine della recita è rimasta forte l’emozione di aver ascoltato delle grandi voci e, semplicemente, Marina Rebeka.

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