A distanza di due anni dalla prevista andata in scena, torna sul palco del Teatro Coccia la Tosca pucciniana, che raggiunge il tutto esaurito e incorona la stagione operistica con una festosa conclusione. 

La regia di Renato Bonajuto è una grande sorpresa e conferma di questa produzione novarese poiché guarda alla tradizione con rinnovata inventiva e costruisce uno spettacolo di freschissimo respiro. L’apporto scenico, curato da Danilo Coppola, si arricchisce del contributo del pittore Giovanni Gasparro che regala alla produzione una serie di tele neo-caravaggesche utili a sottolineare la tensione teatrale che per tutto il corso dello spettacolo permette alla produzione di funzionare efficacemente. Irrinunciabili sono anche le luci di Ivan Pastrovicchio, che raggiungono la massima espressione nei giochi di riflesso dell’atto III, e i voluminosi costumi di Artemio Cabassi.

©Mario Finotti

Sul fronte musicale soddisfa pienamente la direzione di Fabrizio Maria Carminati: una linea morbida ma decisa, capace di equilibrare i significati drammaturgici e prettamente musicali espressi dallo spartito. Carminati dialoga sapientemente anche coi cantanti in scena, specialmente col Cavaradossi di Ragaa Eldin, tenore egiziano non nuovo al repertorio pucciniano, che a Novara offre una prova dotata non solo di profondo sentimento, centrale nella costruzione drammaturgica, ma anche di cosciente controllo vocale; la limpidezza degli acuti si sposa in Eldin con una notevole voluminosità in nel registro centrale. Il ruolo di Tosca è affidato invece ad Alessandra Adorno, interessante per quanto concerne fraseggio dotata di una promettente voce squillante, che nonostante il difficile controllo riesce a maneggiare con precisione, soprattutto nel II e III atto. Degno di menzione è il suo “vissi d’arte”, eseguito con timbro vellutato e dolce e in grado di accendere la meritata ovazione dell’intero teatro. Scarpia, invece, spicca per l’interpretazione meno sfacciattamente verista e decisamente più melliflua astuta di Francesco Landolfi, sostenuto da un interessante e penetrante timbro.

©Mario Finotti

Buona menzione va fatta infine per il Sagrestano/Sciarrone di Stefano Marchisio, e per Graziano Dallavalle nei panni del Carceriere e di Angelotti. 

Nel complesso una Tosca interessante, disinteressata dallo stravolgimento dei contenuti o dall’imposizione interpretativa: la volontà è quella di inserirsi nella tradizione mantenendo l’accortezza di evitare il precipizio della banalità. Il tentativo è sicuramente riuscito ed è premiato dal pubblico novarese.

Novara, 28 maggio 2022

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