C’era una volta Siviglia…e c’era una volta un bambino, che seduto sui gradini dell’Arena di Verona, in una sera afosa di luglio, si innamorava di Carmen, dell’opera lirica, della magia di quest’arte così complessa, ma immediata, viscerale. Chissà quanti bambini, adulti, anziani, immergendosi nell’universo della sigaraia “sbocciata” dal cervello di Mérimée e nell’incarnazione visiva “dipinta” da Franco Zeffirelli se ne sono innamorati, innamorati di un amore eterno, profondo, interiormente radicato. Nella Carmen del regista toscano c’è tutta Siviglia, le case, le chiese, il sole abbacinante, la luce notturna e “tenera” dei monti, il misticismo pagano e cristiano tipico della mediterraneità. Un quadro nel quale ci si deve tuffare come se si fosse in un viaggio nel tempo. Questo spettacolo nato nel 1995 rappresenta l’opera come “si faceva” una volta. L’operazione attuata da Zeffirelli in quell’anno, fu quella di riportare la grandiosità e lo sfarzo del melodramma anni ’50, in un momento in cui veniva a definirsi il teatro di regia e un modo di mettere in scena decisamente più minimale anche nell’anfiteatro scaligero: nel 1997 Pizzi creava il suo Macbeth e solo due anni più tardi la sua raffinatissima Aida blu.

Inaugurare nuovamente, il 17 giugno 2022, un festival con questa produzione, vuol significare un omaggio alla tradizione, l’ennesimo al compianto Franco Zeffirelli, alla storia ed anche una sfida, in questa occasione non del tutto vinta. La sconfitta non è data tanto dallo spettacolo in sé, che rimane straordinario nella sua costruzione visiva e anche concettuale (checchè se ne dica), ma dall’impressione generale di una ripresa routinaria, poco interessata a sviluppare le dinamiche relazionali e sceniche tra i personaggi, quanto a rendere genericamente l’idea del quadro. L’operazione interessante è stata quella di ricostruire il progetto zeffirelliano nei suoi tratti originali, introducendo elementi che rimasero nei bozzetti del maestro, uno su tutti il velario zingaresco che copre il palcoscenico, idea affascinante nel voler ricostruire dentro l’Arena l’atmosfera di un teatro al chiuso, ma anche limitante per un luogo come questo in cui gli spettatori si emozionano nel vedere le stelle spuntare sopra la scena. Si viene (ringraziando Iddio) risparmiati di un intervallo tra III e quarto atto (dove in realtà la compagnia di Antonio Gades intrattiene gli spettatori con una sessione di scatenatissimo dissing a ritmo di nacchere per più di mezzora. La recita era dedicata inoltre ai centenari di Renata Tebaldi e Ettore Bastianini.

Il Maestro Marco Armiliato sul podio ribadisce di essere erede della grande tradizione diretoriale italiana, guidando lo spettacolo con mano sicura e imprimendo anche un efficace ritmo teatrale e riuscendo a creare le giuste atmosfere cromatiche e dinamiche. Si nota tuttavia qualche squilibrio in fatto di volume (soprattutto nel delicatissimo III atto), nonostante la preziosa maestria nell’accompagnare le voci.

Voci che di certo non mancano. Clémentine Margaine nel ruolo della protagonista possiede voce di bella qualità, che è in grado di espandersi con bell’effetto, ma difetta nell’intonazione e soprattutto nella realizzazione del personaggio, che rimane purtroppo generico e complessivamente mancante di grinta. L’attrice di conseguenza non riesce a catturare l’attenzione, caratteristiche indispensabili per emergere nel mondo zeffirelliano.

La Micaela di Karen Gardeazabal si mette in luce come nel 2019 per la vocalità limpida, non di grandissimo volume, ma ugualmente convincente. L’interprete è adeguata, pur non brillando per particolari intuizioni, ma rimanendo anch’essa legata a ormai sorpassati cliché.

La vittoria è tutta del reparto maschile, a partire dall’Escamillo di Luca Micheletti, in grado non solo di dominare la vocalità e la scrittura ingrata di questo ruolo, ma di sostenere la creazione di un personaggio sì sbruffone ma con un’indubbia nobiltà.

Brian Jagde è uno dei pochi tenori drammatici attivi sulle scene mondiali, possiede voce di splendido colore dal registro grave al sicurissimo registro acuto. Per di più è l’unico, insieme a Micheletti, a sforzarsi di dare spessore al suo personaggio sia vocalmente (l’aria del fiore con il Sib smorzato ad arte è esemplare) che scenicamente, mostrando anche una notevole maturazione d’interprete rispetto al suo José inaugurale del 2018.

Ben assortita la cornice dei gregari, dalle presenze vocali importanti di Biagio Pizzuti (Morales) e Gabriele Sagona (Zuniga) al quartetto lussuosissimo di Remendado, Dancairo, Mercedes e Frasquita, interpretati rispettivamente da Carlo Bosi, Nicolò Ceriani, Sofia Koberidze, Daniela Cappiello.

In splendida forma anche il coro dell’Arena di Verona diretto dal M° Ulisse Trabacchin, così come il Coro di Voci bianche A.LI.VE. diretto dal M° Paolo Facincani. Ben costruito (anche se forse a tratti invadente) il contributo del ballo coordinato da Gaetano Petrosino e supportato dalla Compañia Antonio Gades diretta da Stella Arauzo, alle prese con la coreografia di El Camborio, ripresa da Lucia Real.

Sono passate le 2. Un nuovo giorno è arrivato. Un’altra estate sotto le stelle di Verona è cominciata.

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