Il Teatro Regio di Torino prosegue la programmazione estiva con uno spettacolo “ispirato” alla Carmen di Bizet: sulla scorta del successo di Madama Butterfly, capace di attirare un gran numero di giovani ed appassionati grazie a un linguaggio esplicativo e comprensibile, il teatro torinese ha voluto proporre nel 2022 una produzione antologica del capolavoro di Bizet. Non la Carmen integrale, dunque, ma una saggia scelta di brani tratti dal capolavoro che più d’ogni altro ha consacrato Bizet al successo di pubblico. L’impressione, in realtà, è risultata ancor più soddisfacente alla luce del fatto che mentre Madama Butterfly veniva impostata come uno spettacolo-guida del lavoro pucciniano, della sua dialettica e del suo linguaggio musicale, il prodotto che esce da questa Carmen sfonda le barriere della narrazione per inserirsi in un gioco dialogico tra il pubblico e il compositore, qui ben interpretato da Yuri d’Agostino, e tra il compositore e i suoi “figli drammaturgici”, vale a dire i protagonisti di Carmen che nella produzione di Sebastian Schwarz e Paolo Vettori vengono inseriti nell’Europa del 1920, a fungere da figure dantesche di quello che poi è lo svolgimento del capolavoro vero e proprio. Le scene di Claudia Boasso assolvono perfettamente alle necessità drammaturgiche che la particolarità dello spettacolo impone. Nondimeno risultano funzionali alla narrazione dello spettacolo spezzato che, oltre alle difficoltà di una produzione estiva, impone loro un ruolo ancor più fondamentale di inserimento narrativo. Un buon equilibrio tra simbologia e dettaglio permette allo spettatore di godere di chiarezza e verosimiglianza. 

La stessa chiarezza, unita a una buona precisione esecutiva, è ripresa dalla bacchetta di Sesto Quatrini che si trova a dirigere l’Orchestra del Teatro Regio e che coordina il proprio lavoro con il coro diretto da Andrea Secchi, come al solito pienamente convincente. Dal punto di vista musicale convincono anche i protagonisti in scena, a partire dall’iconica Carmen di Ketevan Kemoklidze, capace di unire un timbro caldo e interessante ad una caratterizzazione leggera e impavida, di immediato riscontro di pubblico. Buono anche il Don José di Jean-François Borras che regala un’interpretazione coi fiocchi, elegante e ricercata in timbro, volumi e pulizia tecnica. Di pulizia si incorona anche la Micaela di Benedetta Torre, che nonostante un perfettibile controllo degli acuti regala un’interpretazione di assoluto interesse. Per concludere, buono l’Escamillo di Zoltàn Nagy, anche scenicamente spigliato.  

Lo spettacolo si conclude con un’amara e potentissima riflessione condotta per bocca dello stesso Bizet, che in dialogo col pubblico riflette sulla condizione femminile e sulle insidie della contemporaneità, lasciando a Paolo Vettori l’onere di arricchire la produzione con dettagli scenici di chiara critica sociale, a cominciare dal ruolo fondamentale che acquista il coro alla conclusione dell’opera. Il pubblico torinese, insomma, lascia la sempre emozionante cornice dell’Arsenale con la soddisfazione di uno spettacolo qualitativamente molto valido e l’angoscia che il Teatro dovrebbe sempre suscitare.

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