Dal nostro tavolo guardiamo l’Arena, mentre assaporiamo una delle più buone pizze che si possano gustare in terra veronese. Lei ha uno sguardo rilassato, pieno di entusiasmo, con un fascino unico che ti conquista. E’ J’nai Bridges, uno dei mezzosoprani più brillanti del momento, un’artista che si è già coperta di gloria in mezzo mondo, vestendo i panni di personaggi come Dalila, Nefertiti nell’Akhnaten di Philip Glass (per la cui registrazione ha vinto un Grammy Award) e Carmen. La sigaraia sivigliana è diventata il suo biglietto da visita nei più importanti teatri del pianeta, e con questo personaggio farà il suo attesissimo debutto italiano, sotto le stelle dell’Arena di Verona. L’abbiamo incontrata proprio per farci raccontare le sue emozioni e la sua straordinaria storia.

E’ sempre bello scoprire come nasce l’amore per il canto: quando hai deciso di diventare una cantante e di dedicare la tua vita a questa arte?

Alcune volte mi sento come se ancora stessi decidendo! (ride, ndr) Ho iniziato a studiare tardi canto, intorno all’età di diciassette anni, ma suono il piano da quando ne avevo cinque, quindi la musica “classica” è sempre stata parte della mia formazione. All’High School avevo un’insegnante di coro che intravide in me un dono speciale e mi incoraggiò a studiare privatamente canto. Io mi sono totalmente innamorata del cantare e ho cambiato tutti i miei piani di studio, ho mollato il basket che era la passione centrale della mia vita. Come è noto negli Stati Uniti andare all’università è molto costoso, io ero intenzionata ad iscrivermi a psicologia (una materia che trovo tutt’ora interessante), ma quando il canto è entrato nella mia vita l’ha sconvolta. Sono andata a New York e dopo aver affrontato delle impegnative audizioni e pre-audizioni sono stata accettata alla Manhattan School of Music. Non sapevo come sarebbe andata, anche perché lì i miei compagni cantavano tutti da molti anni e io non mi sentivo sicura di me stessa…ho lavorato moltissimo, mi sono esercitata, ho studiato intensamente, mi sono insomma immersa totalmente nel canto.

Probabilmente però l’essere una pianista ti ha aiutato…

Si, assolutamente! Spesso i cantanti non hanno una preparazione musicale come quella di uno strumentista. Io posso leggere la musica e anche il mio modo di studiare è avvantaggiato dall’essere una pianista…è stato sempre utilissimo. Ora suono solo per i miei amici e per la mia famiglia. 

©Suzanne Vinnik

Oggi però rispetto al passato il livello strettamente teorico-musicale dei cantanti è più avanzato…

Sì, perchè è davvero richiesto agli artisti una preparazione di un certo livello e oggi molti cantanti hanno un passato da strumentisti o un background musicale fatto di esperienza anche nello studio di uno strumento. 

La tua famiglia ti ha supportato nel tuo percorso? Sono musicisti?

Sono stati davvero di grande supporto. Non sono musicisti, ma mio padre ha cantato per trentacinque anni nel coro della chiesa, ha una bellissima voce anche se non ha studiato canto. Ha un buonissimo orecchio, il che è fondamentale. Questa è una caratteristica di famiglia…anche mia sorella è un’ottima critica, anche se non conoscono i termini tecnici hanno una sensibilità particolare e sentono subito quando c’è qualcosa che non va.

Il passaggio da studentessa a professionista com’è avvenuto?

Ho partecipato ad alcuni concorsi, non molti, ma quelli che ritenevo giusti e importanti per me. Sono arrivata in finale ad Operalia, ho partecipato al Francesco Viñas a Barcellona e l’ho vinto, e infine il BBC Cardiff Singer of the World competition. 

Credi quindi nell’utilità per un giovane cantante di partecipare a dei concorsi?

Sì, credo siano esperienze importantissime, innanzitutto perché si ha la possibilità di cantare davanti ad un pubblico, e quindi a conoscere se stessi in una situazione di pressione come questa e imparare a gestirla. Un altro aspetto è quello economico, non trascurabile per un giovane artista: anche se non vinci spesso i concorsi offrono premi di “incoraggiamento” in denaro. Il terzo aspetto è quello di potersi far ascoltare da moltissimi sovrintendenti, direttori artistici, aprendoti qualche possibilità interessante. A Cardiff per esempio non ho vinto, ma mi si sono aperte molte porte. 

Sono davvero una vetrina importante…

Si, qualche volta, diciamolo pure, sai già chi vincerà…ma non la devi prendere sul personale, devi andare, cantare al tuo meglio, godere di queste esperienze e possibilità e se c’è un valore qualcosa di buono può uscirne. Certo, naturalmente è sconfortante sapere i meccanismi che sono dietro alcuni concorsi, ma questo non vuol dire che il tuo valore di artista è minore e che probabilmente non ti sarà riconosciuto. Molto spesso i vincitori dei concorsi a cui ho partecipato ora già non cantano più…è triste, ma è così. Quindi ribadisco davvero l’importanza dei concorsi come esperienza formativa e buon trampolino di lancio. La voce è un working progress, per cui non si può dire mai di essere “arrivati”, ma quando sei abbastanza pronto e senti soprattutto di poter “dire” qualcosa con la tua voce, ne vale davvero la pena. Un altro percorso che è può essere molto utile per un giovane cantante è quello di iniziare cantando piccoli ruoli: io ho interpretato Bersi in Andrea Chènier a Monaco, San Francisco…che non è un piccolo ruolo ma non è nemmeno di primo piano, così come non lo è neanche Preziosilla nonostante non sia una parte per nulla semplice, o Suzuki (un ruolo che gioca una parte fondamentale nel disegno drammaturgia di Butterfly). Ho voluto sempre seguire un percorso di evoluzione graduale e sana, cantando per esempio Mozart, che non mollo anche oggi, anche se i teatri non pensano a me per questo repertorio, per il quale ritengono la mia voce sia troppo grande e corposa. Io però penso a Christa Ludwig, Giulietta Simionato…artiste che hanno frequentato contemporaneamente il Barocco, Mozart, il Belcanto italiano, Verdi, Wagner, senza alcun problema! Oggi sicuramente i tempi sono diversi. Spesso intervengono anche dei pregiudizi: essendo afroamericana alcuni ruoli non mi vengono affidati. Ho cantato moltissime Carmen ed è un ruolo che spero di cantare per sempre, ma anche lì in qualche situazione mi è stato fatto capire che una Carmen di colore non era ritenuta ideale…

Questo è davvero orribile…oltre alla questione razzista, è anche stupido, viste paradossalmente le origini “afro” del personaggio e anche di alcuni brani, Habanera su tutti, nata a Cuba ma su ritmi africani!

Si, hai ragione! Purtroppo oggi molto spesso si viene stereotipati e inseriti in una sorta di scatola dalla quale è difficile uscire. Mi spiego meglio…spesso se in un ruolo sei affidabile, sei sicura e brava, i teatri ti richiedono a getto continuo solo quello, non permettendoti di esplorare qualcosa di diverso. E’ quello che io sto cercando di fare anche con Carmen, che è evidentemente un ruolo che si adatta molto bene alle mie caratteristiche vocali, ma so di poter fare bene anche Dalila o certo repertorio italiano…sogno Amneris un giorno!

©Karen Almond/Met Opera

Hai già esplorato però il mondo dell’Antico Egitto..sei stata Nefertiti in Akhnaten di Philipp Glass a Los Angeles e al MET, partecipando anche alla fortunata incisione vincitrice del Grammy Award come Miglior Registrazione d’Opera del 2022…

Si…donne molto simili, due regine antiche, ma vocalmente molto diverse direi! (ride, ndr.)

Torniamo alle cose “serie”…hai abbandonato il basket, ma la preparazione atletica ha oggi un ruolo nella tua vita di artista?

La vita di un atleta non è così diversa da quella di un artista, davvero! Ovviamente nel canto il muscolo principale che io uso è la mia voce, ma alcuni degli “strumenti” necessari sono simili: lavorare duramente, essere persistenti, esercitarsi, esercitarsi, esercitarsi, saper lavorare in squadra (fondamentale!). Una cosa di cui non si parla spesso è che nello sport è necessario che qualcuno perda il gioco perché qualcun altro vinca: per me è stato utile fare quest’esperienza sportiva, ho imparato a perdere e soprattutto a domandarmi cosa avrei potuto fare per migliorare me stessa, rialzarmi e combattere. Nel canto ci sono serate in cui sei meno in forma, serate in cui un suono non è come lo vorresti, e devi essere pronto a reagire, a lavorare, a non lasciarsi abbattere, ma ad imparare da queste e lavorare perché la recita successiva ti trovi migliorato e cresciuto. Nel basket succede che perdi la partita, sbagli tiro, ti sfugge un’occasione, ma non hai tempo per rimuginare perché devi continuare a giocare…la stessa cosa nell’opera!

Molti leggendari artisti hanno sempre detto che per fare questa carriera fosse necessario possedere un equilibrio psico-fisico…forse ancora prima che la voce

Si, sono assolutamente d’accordo. Ovviamente devi possedere una voce, ma nel momento in cui hai lavorato su di essa, ti sei esercitata, hai raggiunto una tale dimestichezza e padronanza del tuo strumento, puoi essere più libera, più concentrata su tutti gli altri aspetti che ti rendono un’artista e che ti permettono di esprimerti al massimo. Ho visto anche persone che rovinano la propria carriera per un forte senso critico verso sé stessi. Oggi le critiche che ci arrivano sono moltissime e spesso non sono filtrate dalla competenza. Io apprezzo le recensioni, gli articoli, pur con la dovuta obiettività e il giusto distacco, perché vuol dire che qualcuno si è interessato a me e al mio lavoro. Non ne leggo molte, anche perché credo di essere consapevole di quanto ho fatto, ma più che altro faccio in modo di non farmi influenzare troppo, il rischio è quello che diventi un gioco pericoloso, un’altalena emotiva che non fa bene alla nostra psiche e alla nostra maturazione. Oggi anche i social media hanno un ruolo terribile, con i loro commenti.

©Cory Weaver/San Francisco Opera

Lo stress fisico non è certo meno impattante di quello emotivo…

Assolutamente…pensa a Carmen, per tre ore e più devi tenere il palcoscenico e non stando immobile, ma muovendoti, correndo, danzando, usando tutto il tuo corpo. Faccio ginnastica tutti i giorni, sto attenta alla mia alimentazione…

Qual è la dieta di Carmen?

Non formaggio, come quello che sto mangiando in questo momento! (ride, ndr.) La mia alimentazione ideale si basa sul giusto equilibrio di verdure, carne, carboidrati (necessari per avere l’energia)….non la pizza tutti i giorni, ma ora sono in Italia per cui è un’obbligo concedersela! (ride, ndr.)

E qual è la tua routine il giorno della recita e il giorno precedente?

Mi alzo, mangio qualcosa, una banana solitamente, faccio ginnastica, poi mangio, mi rilasso…solitamente non parlo con nessuno in quei giorni e cerco di stare il più possibile per conto mio!

Parliamo infine di Carmen, il ruolo con cui debutterai all’Arena di Verona e che è (possiamo dirlo) un tuo cavallo di battaglia…da appassionata di psicologia qual è la tua visione di questa personalità così interessante?

Penso sia un personaggio fantastico, è sicuramente uno dei più forti personaggi di tutta la storia dell’opera, già da come si presenta. Carmen non finge mai, è sempre sé stessa: se io ti amo guardati le spalle, se mi ami non farlo, perché non mi importa nulla, volerò via come un uccellino. Lo dice e non cambia mai idea. Non penso che lei sia cattiva o abbia uno spirito crudele, è una romaní, è una nomade, una viaggiatrice e questo suo non volersi innamorare credo sia anche un’arma di difesa, un meccanismo di protezione per non essere ferita. La mia idea è che il suo amore per Escamillo, per punto reale è un amore verso il suo status e lo stile di vita che può garantirgli. Ci sono davvero donne così, anche oggi. Lei non permette a nessuno di entrare nel suo mondo, nonostante tutti vogliano farlo. Dall’altra parte non credo che José sia solo uno sciocco, è un uomo che viene spinto alla follia dal non poter ottenere tutto quello che vuole. Quanti uomini ci sono così al mondo purtroppo? Tanti troppi…è la dimostrazione dell’attualità di Carmen, è una storia che parla di noi.

©Dario Acosta

Parliamo ora delle emozioni di questo debutto areniano!

Sto sognando, non mi sembra nemmeno che sia vero, perché ogni cantante sogna di cantare qui. Non avrei mai immaginato di poter realizzare questo desiderio. Mi sento pronta, onorata di essere qui. Sento la responsabilità per la storia che l’Arena rappresenta, per il pubblico che accorre qui da tutto il mondo per vedere l’opera. E’ un altro grande passo per la mia carriera, e mi sento davvero piena di orgoglio, non tutti cantano qui, anzi la maggior parte non arriva a calcare questo palcoscenico speciale. L’Arena è un terreno sacro e sono piena di fiducia nel calpestare le assi del suo palcoscenico. 

Sei anche la quarta Carmen “black” nella storia dell’Arena, dopo Grace Bumbry (nel 1975 e nel 1990) Denyce Graves (Carmen alla nascita dell’allestimento di Zeffirelli nel 1996) e ancora prima Gail Gilmore, Carmen accanto a Carreras nel 1984…

Sono profondamente onorata di aggiungere il mio nome a questa lista. Le altre cantanti di colore ad aver cantato qui sono Leontyne Price (Aida nel 1958 e Leonora nel Trovatore l’anno successivo), Shirley Verrett (Tosca nel 1984). [e più recentemente Tichina Vaughn, più volte protagonista sul palcoscenico areniano, ndr.] Cantare per il pubblico italiano è straordinario, qui, nel paese dove l’opera ha le sue radici, per un pubblico che ama l’opera, ci tiene, canta con te. Sono molto critici, hanno le loro opinioni sull’opera e io amo questo. Mi piace vedere il pubblico reagire, applaudire, restare in completo silenzio…e qui queste reazioni sono ancora maggiori, diventano uno spettacolo nello spettacolo. Cercherò di cantare al mio meglio e spero di tornare a cantare qui ancora, ancora e ancora…

Ti confronti anche con una produzione ormai storica come quella di Franco Zeffirelli…

Ah, questa produzione la adoro! La sua bellezza è da lacrime agli occhi. Quando ho fatto la prova generale, subito ero intimidita dalla grandezza di questo palcoscenico, poi mi è sembrato di entrare in un altro mondo. E anche l’acustica è fantastica, non serve spingere, mai! E’ davvero un sogno che si trasforma in realtà. Già durante quella generale ho sentito un’energia speciale nel cantare in Arena, non immagino con il pubblico! Non vedo l’ora! Sarò super concentrata nel ricevere e dare energia, nel creare un legame con il pubblico, fin dal momento in cui scenderò quelle scale prima dell’Habanera. Una gioia poter lavorare anche con il Maestro Marco Armiliato, non si potrebbe desiderare di meglio, per la sua sensibilità, il suo supporto, quella presenza che non ti fa mai mancare. È un divertimento fare musica così. 

E qual è il ruolo che sogni di cantare qui? 

Amneris! Ho nelle orecchie la Cossotto, la Simionato, Dolora Zajick! Un altro ruolo che mi interesserebbe fare è Azucena, perché non credo si debba per forza interpretare con una voce più “anziana”, anzi penso potrei cantare prima Azucena che Amneris. Amerei fare anche Eboli o Dalila, seppure il Samson et Dalila è un titolo di una certa rarità anche in teatro. 

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