L’Arena di Verona ci ha abituati ultimamente a queste serate dense di grandi stelle internazionali, venute a mostrare i miracoli delle loro arti tra le pietre dell’anfiteatro. Non faceva eccezione il fine settimana tra il 4 e il 6 agosto, con Turandot, Aida e La Traviata.

La prima dell’opera pucciniana vedeva il ritorno dell’augusta coppia, Anna Netrebko e Yusif Eyvazov, reduci dal grande successo delle recite di Aida sempre in arena. Ritroviamo, dopo averli ascoltati anche lo scorso anno in questi ruoli, la coesione nell’interpretazione dei due artisti, impegnati a rivestire di romantico ardore la musica di entrambi i loro personaggi. Netrebko sceglie di interpretare una principessa fragile, a tratti quasi una Salome, una creatura che si nasconde dietro la sua crudeltà. Vocalmente questo si traduce in una liricizzazione del ruolo, in favore di una varietà cromatica ed espressiva notevole. Eyvazov è un magnifico Calaf, si beve il ruolo con cotanta facilità da rimanerne incantato, ma non solo: è un interprete attento, raffinato eppure generosissimo, anche nel concedere l’ovvio bis di “Nessun dorma”. Trionfo per entrambi,

Accanto a loro si muove una compagnia di discreto livello, a partire dalla Liù di Maria Teresa Leva, dotata di vocalità pregevole ma anche di una certa monotonia espressiva, dovuta probabilmente ai tempi dilatati scelti dal Maestro Armiliato. Ferruccio Furlanetto merita il rispetto per l’artista e soprattutto per il cantante che è stato, “e di più non dimandare”.

Buona la presenza vocale e scenica del trio dei ministri formato da: Gezim Myshketa (Ping), Matteo Mezzaro (la voce più sonora e squillante nei panni di Pong) e Riccardo Rados (Pang). Adeguatamente incisivo il Mandarino di Youngjun Park.

La direzione del M° Marco Armiliato risulta poco compatta, soprattutto nel primo atto (la stessa cosa si ripeteva parzialmente il sabato per La Traviata): la sensazione è che l’accumularsi di troppe recite di titoli perlopiù diversi non giovino alla concentrazione. Ne conseguono tempi dilatati all’inverosimile che pesano sia sulla definizione della situazione drammatica che sulla qualità dell’insieme. Ottima la prova del coro diretto dal M° Ulisse Trabacchin.

Lo spettacolo di Franco Zeffirelli scolpisce con i suoi ori e i suoi splendori le lettere della parola “Meraviglia”: il pubblico ancora una volta applaude estasiato all’apertura della reggia e se noi per rispetto verso la musica pucciniana non battiamo le mani, gli occhi ci luccicano commossi.

Dopo le recite netrebkiane Aida si poggiava su una compagnia del tutto rinnovata, con il debutto della stella statunitense Latonia Moore. Un debutto felice grazie alle doti vocali importanti del soprano, in grado di delineare un efficace ritratto della schiava verdiana attraverso un fraseggio pregnante, un’ammirevole sensibilità espressiva e presenza scenica. Con un solo colpo, una sola recita, per un debutto così impegnativo, ci sentiamo di premiare una prova pur con delle minime imperfezioni.

Chi invece è sembrato in forma smagliante era Jorge de Leòn, un Radames di altissimo profilo vocale e artistico. La voce sempre timbricamente ammaliante, unita al calore di un’interpretazione virile e decisa, dipingono un Radames che si esprime con forza anche nei momenti più languidi, mai dimentico che l’amore per Aida è filtrato sempre attraverso il cuore del condottiero (non per nulla il massimo dell’atto romantico per Radames è tornare “di lauri cinto” per dire ad Aida di aver vinto solo per lei).

Olesya Petrova è un’Amneris che asseconda con bravura i momenti più drammatici ed esaltanti di questo personaggio, ma anche i suoi ripiegamenti più intimi e femminilmente “profumati”. Amartuvshin Enkhbat è altrettanto convincente nei panni di Amonasro, scolpito con nobiltà.

Davanti al Ramfis di Michele Pertusi ci viene soltanto da domandarci perchè Verdi non abbia scritto più musica per questo personaggio, tale è la classe e l’autorevolezza dell’interprete. Bene anche il Re di Romano Dal Zovo, così come ottimi sono il Messaggero di Carlo Bosi e la Sacerdotessa di Yao Bohui.

Discrete le prove dei primi ballerini, Matias Santos ed Elisa Cipriani nel trionfo, e Ana Sophia Scheller nella scena al Tempio del I atto.

Il M° Daniel Oren sul podio ritorna alla sua Aida con sempre grande cura dell’insieme, attenzione preziosa alle esigenze del canto (mai però condiscendenza) e senso profondo del dramma. L’Orchestra dell’Arena di Verona, così come il coro, paiono perfetti complici della sua maestria.

Lo spettacolo di Zeffirelli rimane cornice, talvolta senza contenuto, ma nella sua spettacolarità è un “abito” affascinante per l’opera di Verdi.

Allo stesso modo lo è nella Traviata del giorno dopo, con la sua grande casa di bambole, efficace nel delineare i luoghi della storia, ma sempre poco in dialogo con l’ambiente che la circonda.

Sul podio ritrovavamo la consueta diligenza del M° Armiliato, ma come dicevamo anche la consueta tendenza ad adagiarsi su tempi mortiferi e su una piatta correttezza esecutiva.

Fortunatamente poteva contare anche qui su un cast eccezionale a partire dalle parti di fianco. Ottimi sono la tenera Annina di Yao Bohui e il brillante Gastone di Matteo Mezzaro. Allo stesso modo ben si comportano Carlo Bosi (Giuseppe in luogo dell’assente Max René Cosotti), Francesco Leone (Dottor Grenvil), Roberto Accurso (Barone Douphol) e Dario Giorgelè (Marchese d’Obigny).

A pochi giorni dal suo debutto areniano Ludovic Tézier torna ad interpretare Giorgio Germont, dimostrando il perché vada considerato uno dei più importanti baritoni verdiani sulla scena internazionale: vocalità marmorea, accento sempre appropriato e raffinatezza d’espressione ne fanno un ideale interprete del ruolo.

Vittorio Grigolo ripropone il suo Alfredo tutto fuoco. La voce risuona sempre di magnifico nitore timbrico, e in questa recita finalmente osa anche la puntatura al termine della cabaletta “O mio rimorso”. L’unico appunto che gli si può muovere è verso l’attitudine scenica sempre piuttosto “movimentata” a scapito talvolta del canto.

Chi rivela una crescita artistica e interpretativa formidabile è Lisette Oropesa nei panni della protagonista. Quando sentimmo per la prima volta il soprano in questo ruolo avevamo previsto un ulteriore sviluppo e ne abbiamo la prova: la sua Violetta ora è completa, dal virtuosismo del I atto al liricismo del II, fino al canto drammatico del III. L’interprete è anche cresciuta sotto il punto di vista attoriale, gestendo benissimo anche la maturazione scenica di questo iconico personaggio.

Per tutte e tre le recite un calorossissimo successo con un’Arena quasi piena.

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