Turandot, l’incompiuta: capita spesso che nella vita le cose si chiudano prima della parola fine. È successo anche a Giacomo Puccini, e oggi a noi non rimane che chiederci come avrebbe portato a termine la storia di questa sua principessa di Gelo. Ci rimane un testamento: la nostra visione, forse infarcita di troppo romanticismo, è quella di un lascito spirituale del grande lucchese. E quel suo lascito, questa sua ultima testimonianza è tutta raccolta in Liù. La schiava, un personaggio umile, che con la sua anima gigantesca fa in modo che il mondo tramuti in assoluto silenzio la sua confusionaria babele di voci (basta scorrere la partitura per accorgersi di questo). Insegna a Turandot cosa sia il Vero Amore, non quello delle favole, ma quello puro, santo, del fare di sé stessi un dono agli altri e per gli altri. E non lo insegna solo a Turandot, lo insegna a tutti noi.

Questa la lunga, forse noiosa, forse fuori luogo, riflessione che nasce dopo la Turandot del 13 agosto all’Arena di Verona. Ruth Iniesta con la sua sensibilità domina completamente il ruolo e ne è a sua volta dominata, nell’accezione di esserne coinvolta e intenerita. L’effetto vocale è così sempre legato al fremito espressivo, e la gara al filato più lungo a cui abitualmente si assiste (e quelli della Iniesta son filati davvero, non suoni spoggiati) diventano strumento emotivo. Si aggiunga la spontaneità, la naturalezza dell’attrice in scena e si capisce perché si resta conquistati. 

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Ma la sua Liù non sarebbe così persuasiva se non si trovasse di fronte la monumentale Turandot di Oksana Dyka, la cui voce pare nata per questo ruolo. La dirompenza del volume culminante in un fulmineo, pungente registro acuto, ci consegna un ritratto della principessa sbalzato a tutto tondo. L’interprete gioca con il personaggio, con questa sua fragilità umana (e qui ritorna il transfert in cui tutti oggi noi ci rispecchiami) mascherata sotto un’esibizione di violenza. La Dyka è autentica nelle emozioni e nelle reazioni. Autenticità, una parola e un concetto di cui oggi dovremmo fare tesoro. 

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Il Mº Francesco Ivan Ciampa compie il miracolo e riporta alla luce tutta la forza teatrale, poetica e cromatica di questa partitura. Quest’anno poche volte abbiamo sentito suonare e soprattutto fraseggiare l’orchestra in questo modo. Basterebbe sentire cosa tira fuori Ciampa da coro e orchestra nell’invocazione alla Luna nel I atto per rendersi conto di cosa voglia dire avere un direttore d’orchestra. E così come il popolo di Pechino noi invochiamo che gli venga affidata una produzione dall’inizio e con il congruo periodo di prove.

Il resto della compagnia tolto il solido Altoum di Carlo Bosi (voce anche del Principe di Persia) e il trio delle maschere composto da Gëzim Myshketa (Ping), Riccardo Rados (Pong) e lo squillante Pang di Matteo Mezzaro, è buono. Il Mandarino di Youngjun Park si disimpegnava dignitosamente, pur non emergendo per autorevolezza e autorità scenico-vocale. Il Timur di Riccardo Fassi possiede vocalità di prim’ordine, ma forse non ancora la compenetrazione interpretativa necessaria. Samuele Simoncini, che ricopriva il ruolo dopo i tanti valzer di interpreti a cui si è assistito (e non solo in Turandot), era un Calaf sicuro e musicalmente ordinato.

Questa sera all’ombra della dorata reggia di Zeffirelli il trionfo è tutto di Ciampa, della Principessa Dyka e della schiava Iniesta.

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