Assente da decenni sulle scene del Comunale, a Modena torna uno dei massimi capolavori della produzione giovanile di Richard Wagner, in un’edizione che ha infiammato gli animi del pubblico e suscitato un esito contrastato.

Quando si parla di Richard Wagner in Italia, ancor più forse nelle terre verdiane, si sa, è affare delicato e anche per questo è raro che se ne possa apprezzare l’arte essendo più che mai rare le occasioni per farlo. Un plauso va dunque prima di tutto alla direzione del Comunale di Modena per avere ancora una volta dimostrato il coraggio di osare, nel programmare stagioni mai banali, capaci di stimolare il pubblico e guidarlo attraverso territori più e meno consueti. La prima ed ultima volta che Tannhäuser si era visto in questa città non lo può raccontare nessuno dei viventi, era infatti il lontano 1904 e l’accoglienza, dicono che le cronache, fu fredda e disinteressata. Lo stesso non si può dire, oltre cento anni dopo, per questa edizione, giunta, interamente pronta per l’uso, dall’Opernfestspiele Heidenheim. Certo, di tutto si è trattato fuorché di un pieno riscatto per il titolo Wagneriano in questa sala, ma senz’altro lo spettacolo ha risvegliato un pubblico accorso in buoni numeri ma senza “pienoni”, con scene che non si vedevano dai cosiddetti tempi d’oro della passione melomane.

Partiamo dunque con ciò che ha scosso maggiormente, pregiudicandone l’esito, lo spettacolo. La Regia. Georg Schmiedleitner si colloca pienamente nello stile predominante in Germania negli ultimi tempi, quello dell’estrema attualizzazione della vicenda, ai tempi odierni. Sceglie di farlo ambientando il tutto in un motel (scene di Stefan Brandtmayr), fra macchinette, prostitute (e prostituti) vestiti di solo intimo dai colori sgargianti, carrelli del supermercato e tutto ciò che puntualmente, da ormai molti anni, si è soliti vedere in questo genere di allestimenti. Una premessa è d’obbligo per sgomberare il campo da risibili trucchetti: non si tratta di uno spettacolo innovativo, moderno, sconvolgente, di quelli che piacciono ai modernisti e fanno storcere il naso ai soliti vecchi ammuffiti tradizionalisti innamorati del parruccone a tutti i costi. Non è questo il punto. Questo spettacolo pecca di bruttezza, cattivo gusto, volgarità del tutto gratuita, distrae dalla musica e dalla trama stessa, manca di elementi realmente nuovi. Tutto ciò che si vede viene ripetuto negli stessi canoni in modo ormai stanco e ripetitivo in innumerevoli produzioni che popolano gran parte dei teatri europei (fortunatamente non quello modenese) nella drammatica assenza di idee, perché no anche moderne ed attuali, per dare valore alla drammaturgia di un’opera e non per divertircisi su. A nostro avviso però, due sono le prove inconfutabili del fallimento di Schmiedleitner in questo allestimento. La prima è che la trama e la drammaturgia per chi osserva risulta del tutto incomprensibile e soverchiata dallo sconvolgimento registico. La completa sovrapposizione di ciò che il regista inserisce di suo offusca la mente e non aiuta a districarsi nello sviluppo delle vicende oltre a rendere del tutto indecifrabile il senso di ciò a cui si assiste. Eloquente è l’appiattimento sul piano del valore teatrale che si ha tra le scene pressoché identiche (invece che opposte) del Monte di Venere e del Wartburg). Ma ciò che principalmente colpisce in negativo è l’immagine che il regista ci fornisce del protagonista, Tannhauser. Egli viene infatti rappresentato come una sorta di senzatetto costantemente infoiato, un orco ripugnante che sputa, orina, emette versi, si muove come una sorta di bestia che sgorga sgradevolezza e volgarità da ogni poro. Viene da chiedersi come sia possibile banalizzare a tal punto un carattere come quello di Tannhauser, che ha sì toccato il fondo, che cade sì più volte nei tentacoli di un amore dissoluto e carnale, ma che rimane un trovatore dalla personalità poetica, una figura che attraversa un nobile e profondo travaglio interiore, un personaggio che ha conosciuto le diverse facce dell’amore, le più nobili e le più basse, insomma, non certo un bamboccione come lo vediamo qui rappresentato. Occorrerebbe poi anche tenere conto della dignità di un artista. Ecco perché un Tannhauser che prima è in tuta e poi ritorna dal pellegrinaggio in Vaticano in mutande, stivali bianchi di vernice e una cappotino rosso aperto da cui fuoriesce l’imponente addome, ci pare davvero una scelta dettata unicamente dal cattivo gusto. Autrice di questi (pochi) costumi è Cornelia Kraske. Chissà se persino al regista stesso non sia parso del tutto fuori luogo questo Tannhauser visto che nel finale sceglie, come se non avesse già esibito sufficientemente la propria creatività, di farlo strozzare da Wolfram, il quale poi si taglia la testa come un novello Butterfly.

Inevitabilmente condizionata dall’occhio, la compagnia, interamente composta da artisti tedeschi e americani specialisti del repertorio, consta di luci e ombre. La prima ombra viene proprio dal protagonista. Il tenore Corby Welch sostituisce James Kee che canterà la seconda rappresentazione e fin dall’inizio mette in evidenza caratteristiche frequenti nei tenori wagneriani: tanto volume, emissione spinta fino al limite, schiacciata nel basso, più aperta negli acuti, presi costantemente dal basso, voce di smalto offuscato, ruvido e non certo ammaliante. Tutti elementi conditi da una evidente difficoltà, decretata spietatamente e in maniera anche piuttosto maleducata nel bel mezzo della musica da un chiaro e sonoro “sei inascoltabile!” proveniente da una voce del pubblico, il quale ha momentaneamente aperto la valvola di sfogo di ulteriori commenti di varia natura da più punti della sala. A nostro giudizio sarebbe meglio contestare alla fine se lo si ritiene giusto ed è ciò che evidentemente sostengono alcuni spettatori della platea, tanto che al termine del primo atto, con le luci che si riaccendono, si sviluppa una accesa discussione verbale che richiama l’attenzione di maschere e vigili del fuoco. Al netto di ciò, il tenore si salva dall’impietoso giudizio finale poiché prima dell’inizio del terzo atto ne viene annunciata l’indisposizione con annesso ringraziamento per la disponibilità a concludere ugualmente l’opera. Con il senno di poi pensiamo che sarebbe stato meglio, anche per tutelare lo spettacolo e l’interprete stesso, comunicarlo prima dell’inizio ma tant’è.

Molto positiva appare invece la prova di Tijl Faveyts, come Landgraf, dalla profonda, calda, voluminosa voce di basso splendidamente emessa, così come assai convincente è Birger Radde, nei panni di Wolfram, dotato di luminosità e chiarezza nel timbro e grande credibilità nell’interpretazione. Continuando con le poche luci, Leah Gordon è una Elisabeth sicura, impeccabile nella linea di canto, dalla voce bella e piena, addirittura in grado di strappare un applauso sulla musica, dopo il primo ingresso, cantato in platea fra il pubblico. Per nulla soddisfacente invece Venus, interpretata da Anne Schuldt la quale evidenzia problemi di intonazione e una emissione alquanto dura e spigolosa. Positivo, pur nel contesto generale il resto del cast, a partire da Martin Mairinger (Walther), Young Kwon (Biterolf), Christian Sturm (Heinrich), Gerrit Illenberger (Reinmar) e un’ottima Julia Duscher (giovane pastore).

La direzione, affidata a Marcus Bosch, guida positivamente l’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini tra le pagine di un Wagner ancora romantico e melodioso, che si rifà a Mendelssohn e Von Weber, quindi in un certo senso più leggero e dalle sonorità meno prorompenti e dilatate. Pur senza raggiungere vette interpretative straordinarie, anche perché la sezione dei fiati non sempre è impeccabile, riesce nell’intento di valorizzare, a nostro avviso, la travolgente bellezza di quest’opera, talvolta emozionando chi avesse avuto la costanza di tenere chiusi gli occhi. Trionfatori meritati e unici della serata sono stati però i coristi del Czech Philarmonic Choir Brno, una compagine di livello davvero elevato per qualità e limpidezza del suono, omogeneità e intensità interpretativa. Un plauso al loro giovane maestro, Pietr Fiala.

Al termine il pubblico dimostra con chiarezza di aver saputo non fare di tutta l’erba un fascio, distinguendo i propri giudizi in maniera netta. Applausi convinti a buona parte del cast e al direttore, scroscianti e conditi da copiose acclamazioni nei confronti del coro, di Leah Gordon (Elisabeth) e Tijl Faveyts, tiepidi per il protagonista, scarsi e con qualche “bu” per Anne Schuldt (Venus). Pesante e del tutto preponderante la disapprovazione all’indirizzo del regista e della sua squadra, contestata a suon di “bu”, “vergogna” e inviti a tornare a casa.

Una serata dunque indubbiamente focosa che da un lato ci ricorda come il bello del teatro sia anche quello di suscitare dibattito e confronto, dall’altro lascia il rammarico di una scommessa in gran parte persa.

Modena,11.11.2022

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