La stagione operistica torinese è proseguita con l’appuntamento che sin dagli albori si è rivelato essere la chiave di volta di questo anno solare, il Don Giovanni interpretato dalla bacchetta di un Riccardo Muti in splendida forma, capace di risvegliare passioni e vitalità che al Teatro Regio parevano sopite. I vertici della cultura e delle istituzioni della città hanno goduto dello spettacolo firmato da Chiara Muti, un’analisi in bianco e nero del dramma giocoso sul quale più si è concentrata la critica musicale e registica del passato. Il sipario, colmo di una familiarità garantita dall’ispirazione che Chiara Muti ha tratto direttamente dall’architettura torinese, si apre dopo la pulitissima ouverture impreziosita dalla solennità della bacchetta del grande Maestro. Lo spettacolo, pur cromaticamente scarno, offre una geniale introspezione dei personaggi, garantita da una coesione cromatica affidata ai superbi costumi curati da Tommaso Lagattolla. La narrazione si gioca su uno spazio orizzontale e decadente nel quale sono pochi gli elementi di riferimento che garantiscono allo spettatore la costruzione di un fil rouge coerente: il ruolo di guida è sapientemente affidato all’alternanza cromatica dei costumi, che agli estremi dello spettacolo vengono prelevati e restituiti a una forza pseudo-divina (o di natura comunque superiore), a testimonianza della centralità che la figura di Don Giovanni si trova a ricoprire all’interno dell’opera. 

©Andrea Macchia

La direzione di Riccardo Muti rivela la piena consapevolezza che il Maestro ha del capolavoro mozartiano. Muti restituisce un suono pulito e solenne, che ha il merito di rifuggire l’insidiosa frivolezza della partitura per restituire un’esecuzione sublime e imponente, a tratti inquietante. Il dialogo coi cantanti è per questo favorito da una riflessione musicale che rifugge la fretta nella quale Don Giovanni è stato spesso e male interpretato. In questo senso le prove vocali si confermano estremamente convincenti: la firma di Chiara Muti è concretamente visibile nell’attenzione riservata alle parti femminili interpretate da Jacquelyn Wagner (Donna Anna), Mariangela Sicilia (Donna Elvira) e Francesca di Sauro (Zerlina). Il dialogo tra le tre, quasi commovente, si sposa perfettamente con le prove sceniche di ciascuna. Donna Anna dimostra un’invidiabile sicurezza, confermata da un’ottima e stabile emissione in grado di conferire al personaggio ampia forza espressiva, senza mai scadere nell’eccesso; Donna Elvira gode di un ottimo controllo, col quale evolve da un’estrema drammaticità (uno degli elementi più curiosi della produzione) a un insperato e decisivo ruolo di preminenza; Zerlina si veste invece di una purezza a tratti eccessiva, un personaggio decisamente nobile che ben si sposa con le qualità canore della Di Sauro. Per quanto riguarda le controparti maschili spicca sicuramente, tanto per controllo vocale quanto per qualità attoriale, il Don Giovanni di Luca Micheletti: la scaltrezza e la perfidia con le quali prende pieno possesso della scena sorprendono lo spettatore e offrono a Leporello (Alessandro Luongo) la base adatta alla costruzione di un personaggio funzionale ma non passivo, perfettamente adatto a smorzare il padrone nell’ottica di dialogo sulla quale si imposta l’intero capolavoro. Giovanni Sala delinea anch’esso un Don Ottavio interessante, chiaro e pulito, similmente al Masetto di Leon Košavić. La squadra indovinata porta a casa un Don Giovanni di grande qualità e conquista tanto il pubblico Under30, che osanna lo spettacolo sin dal 16 novembre, quanto il pubblico tutto che solo il 18 novembre ha potuto godere della splendida serata allestita dal Teatro Regio.

La prima si conclude nello scroscio dei roboanti applausi che salutano il cast e i Muti (padre e figlia), nella speranza di poterne nuovamente godere nell’immediato futuro. Una serata torinese che difficilmente verrà dimenticata da una città, e forse una regione intera, fortemente desiderosa di Bellezza nel suo più puro, autentico significato.

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