Massimo Cavalletti è una delle voci di baritono più importanti sulla scena attuale, protagonista sulle ribalte internazionali dei più complessi ruoli del repertorio italiano, confermandosi erede della grande scuola di canto italiana. In questi giorni ritorna al Teatro Verdi di Salerno con uno dei personaggi che più ama e per i quali è acclamato: Figaro nel Barbiere di Rossini. La sua agenda però lo porterà ad esplorare ancora nei prossimi mesi ruoli verdiani come Germont nella Traviata e ad affrontare per la prima volta altri straordinari personaggi come Macbeth e Michele nel Tabarro di Puccini. Nella nostra chiacchierata si è raccontato, tra la più sorgiva passione per l’opera e i prossimi traguardi artistici.

Com’è scoccata la scintilla con il teatro d’opera?

Potrei dire che ho un legame con la musica, fin da quando ero molto piccolo, ma il teatro dell’opera è un amore sbocciato dopo i vent’anni. La passione è nata a poco a poco, si è nutrita di alcuni eventi particolari che mi sono accaduti durante la mia crescita, uno per esempio è stato il concerto dei Tre Tenori a Italia 90 durante i campionati del mondo di calcio, quel concerto mi impressionarono parecchio. Poi un altro campanello fu la consapevolezza della facilità che avevo con l’apprendimento di tutto quello che girava intorno alla voce e all’opera lirica, per la prima volta qualcosa mi entrava non solo in testa ma nelle vene. E anche il modo in cui facevo emozionare le persone che mi ascoltavano anche solo parlarne mi dette la spinta verso il dedicarmi all’Opera. L’Opera è un Arte e come tutte le Arti è un mezzo per scoprirsi e guardarsi dentro e di conseguenza con il lavoro duro su sé stessi migliorarsi. Ma posso dirti che per quello che mi riguarda, questo miglioramento è ancora in corso, e non so se basterà una vita a concluderlo, ma ce la metterò sempre tutta.

Cantante lirico: un percorso della vita o una vocazione? 

Un mix delle due, sicuramente all’inizio un percorso, ricordo ancora intorno ai venti anni ho avuto i primi segnali che questa sarebbe stata una grande opportunità per me, ma non ho da subito puntato tutto sulla lirica. La mia famiglia mi spalleggiava ma io ho continuato a lavorare e a investire anche su altro prima di dedicarmi completamente al canto. Inizialmente nemmeno immaginavo che una vita da artista avrebbe potuto sostenermi economicamente, lo vedevo più come un secondo lavoro. Piani piano però mi sono reso conto del potenziale che avevo e ho iniziato a dedicarmi alla mia voce full time. Dal 2004 quando sono poi entrato all’Accademia del Teatro alla Scala ho definitivamente lasciato il mio lavoro e mi sono preso le mie responsabilità nei confronti del canto.  Oggi è anche una vocazione, specialmente dopo il periodo Covid, sto cercando di fare le cose che amo davvero, le produzioni in cui credo e che mi danno soddisfazione, sia artistica che umana. Lavoro molto su me stesso e sui personaggi, forse lavoro meno di prima ma quello che faccio è preparato meglio e con tanta bella energia, e mi ritaglio anche del tempo per me e per la mia famiglia. Ogni ora passata in teatro adesso è davvero un momento magico, non solo la recita ma anche e soprattutto la prova, il lavoro di costruzione dello spettacolo. 

È nato in una terra come la Toscana, che tante voci ha donato al mondo dell’opera, in particolare baritoni: da Titta Ruffo a Ettore Bastianini e Rolando Panerai. C’è qualcosa in questa terra, un retroterra culturale comune che favorisce il fiorire di talenti vocali? E c’è qualcuno di questi baritoni con il quale sente un’affinità?

Credo che abbia a che fare con le qualità e la personalità antica dei popoli che hanno vissuto in Toscana, e anche per un forte attaccamento alla terra sia intesa come cultura che come terra nel vero senso della parola, tutti quelli che hai citato erano di estrazione piuttosto rurale, avevano famiglie che gli hanno insegnato i Valori e l’amore per le cose che si fanno, la dedizione, e il senso di dovere e di riconoscenza. Poi credo che la Toscana goda anche di una reminiscenza culturale che vive dentro ogni Toscano e anche dentro le persone che ci vengono poi a vivere, e questa gemma che ci sta dentro racchiude il senso del bello, e ci da una sorta di facilità nel comprendere e nel vedere. Poi c’è anche un po’ di quel prendersi in giro, e lo scherzo tipici della toscanità che sono importanti anche nel teatro, sia in quello buffo ma anche nell’opera seria. E poi certo la tradizione, intesa come trasmissione consegna, la scuola del canto Toscana ha sempre passato il testimone alla generazione successiva, fin dai primordi. Per esempio Gian Giacomo Guelfi, allievo di Gino Bechi, e la mia generazione che ha avuto importanti contatti con quella dei baritoni anni 50/70 appunto con Guelfi, Panerai, Meliciani, e altri. Ho un sentimento speciale per Ettore Bastianini, fin dai miei primi passi ho goduto ascoltando la sua voce, perfetta nel timbro e nel bronzo vellutato della sua emissione. Mi rivedo un po’ di più adesso in altre voci e in altri artisti, ma ho ancora le sue foto appese nel mio studio a casa perché è e rimarrà sempre un grandissimo artista.

Lucca, la sua città natale, è anche la culla di Giacomo Puccini, ai cui ruoli ha dedicato molta attenzione, specialmente nell’ultimo periodo: cosa c’è dell’anima Toscana in questi personaggi? 

Puccini è compositore e musicista decisamente legato alla nostra terra, sia nei modi che negli accenti musicali, e anche nella scelta dei paesaggi e delle parole dei sui personaggi. È stato senza dubbio un compositore in grado di trasmettere con la sua musica immagini legate ai luoghi e ai modi delle varie civiltà e i vari stili di vita che ha raccontato nelle sue opere. Ma in tutti io sento la sua origine Lucchese e la sua passione per il suo territorio nativo. Ha sicuramente trovato spunto per i personaggi che ha creato prendendo dalla vita di tutti i giorni o dalle figure che aveva sottomano nella sua quotidianità. Anche nelle parole usate e nel linguaggio a volte saltano fuori dei modi di dire Lucchesi o toscani, come per esempio il “Vo via” di Schaunard nel primo atto della Bohème, oppure le campane della Tosca riprese dal campanile di Bargecchia frazione di Massarosa Lucca, o anche il Mercato di San Michele in foro a Lucca dove si recano le pollaiole parigine della Bohème di primo mattino e tante altre. Poi la sua spiccata gioia di vivere e la sua consapevolezza dell’uomo e dei sentimenti umani si ritrovano nel modo di vivere di molte persone in Toscana. I personaggi Pucciniani, anche i comprimari vivono tutti di una vita propria, tutti hanno ricevuto un’anima, e la mostrano sotto i riflettori del palcoscenico di volta in volta, dalle più nascoste alle più presenti ma sempre tutte vive, su ogni personaggio sempre si accende uno spot e quella luce gli da energia e vita. Sarebbe bello un “presepe” con tutti i personaggi di Puccini che si avviano verso la Grotta Studio di Torre del Lago dove il compositore si è rifugiato lontano dai clamori per comporre e creare, chi sarebbe il più vicino alla Grotta? Chi il più lontano? Chi porterebbe i doni? L’immaginazione può darci le risposte ma tutti sarebbero sicuramente in cammino per tornare verso la corte del Grande Giacomo.

Recentemente ha debuttato il ruolo di Scarpia, un punto di arrivo importante per un artista: come si è preparato per questo cimento e qual è la sua visione del personaggio?

Come sempre per ogni personaggio, prima di tutto partendo dallo spartito e dalle indicazioni dell’autore in questo caso di Puccini, la cosa più importante è capire il taglio che l’autore da al personaggio, sia dalla scrittura musicale sia dalle indicazioni a pie di pagina e lungo tutta la scrittura musicale. Nel caso specifico di Scarpia il personaggio si fonde tra il reale e il fantasioso, sicuramente il barone è esistito e quindi ne ho ricercato notizie storiche che hanno contribuito a tinteggiarne il carattere e il comportamento nella recitazione, aiutato dal taglio tradizionale voluto dal regista Renato Bonajuto nella produzione che ho cantato. Ma sempre con riferimento al libretto e alla musica di Puccini. Scarpia terribile e implacabile ma anche molto signore, nobile e educato. Non mi immagino uno Scarpia sguaiato o non nobile. La sua signorilità lo rendono ancora più pericoloso e terribile. Inizio sempre con un grande anticipo specie con personaggi cosi importanti, non si può prendere in mano lo spartito un mese prima del debutto, a meno che non sia un tuffo al volo. Ma è meglio prendere in mano lo spartito con un anticipo importante. Nel caso di Tosca essendo lo spartito cosi famoso non esiste tempo perché già nel lontano 1999 cantavo nel coro a Torre del Lago e ho fatto molte recite di Tosca allora conoscevo già le parti almeno le più famose. Adesso ho preso in mano il pezzo circa otto mesi prima del debutto e l’ho lavorato bene e nel frattempo ho studiato anche un altro titolo importante. Poi a ridosso del debutto mi ci sono dedicato a pieno sistemando tutto prima dell’inizio delle prove musicali e di Regia. Alcune sfumature e alcune decisioni sia musicali che di interpretazione si sono poi sistemate in fase di lavoro in teatro. 

Può vantare già una quasi ventennale, trascorsa sui più importanti palcoscenici del mondo e scorrendo la sua biografia è evidente l’oculatezza con la quale ha gestito il suo percorso, soprattutto nella scelta del repertorio: qual è il segreto per mantenere un equilibrio vocale volto alla costruzione di una carriera duratura? E quali sente saranno le tappe successive del suo “viaggio”?

Il segreto è non cedere alle lusinghe e alle proposte che spesso arrivano troppo presto nella carriera e nella vita di un cantante lirico, oggi però si rischia rifiutando certi ruoli di rimanere bloccati fuori da certi repertori. Le faccio un esempio, nel 2012 mi fu proposto il Ballo in Maschera a Zürich dal Maestro Nello Santi, io rifiutai perché mi sembrava presto, risultato: ancora non ho debuttato il titolo in scena ne ho fatto una serie in concerto con il Maestro Zubin Metha in Israele nel 2015 e poi niente più. Stessa cosa vale con altri titoli tra cui Andrea Chenier e Cavalleria. Ho però ancora la voce molto salda e fresca per affrontare i prossimi decenni di carriera, e adesso mi sto dirigendo verso ruoli intensi sia per sviluppo vocale che soprattutto per quello che mi interessa di più da un punto di vista drammaturgico e mentale. Voglio nei prossimi anni affrontare i ruoli Pucciniani che mi mancano, tra cui Lo sceriffo della Fanciulla, e Michele in Tabarro, e voglio rinsaldare Scarpia facendone più produzioni possibili per scavare bene il personaggio in tutte le sue sfaccettature. Ma anche ruoli Verdiani come Macbeth, Nabucco, Simone Boccanegra, e Jago.  Per fare questo ci vuole pazienza e molto studio, e cercare di suddividere questi debutti durante l’arco dei prossimi anni in modo da dare a ognuno la giusta attenzione e il giusto tempo di maturazione.

Quali consigli darebbe ad un giovane che si avvicina all’Opera sia come fruitore che come artista?

Domanda più difficile non c’è, la risposta più immediata sarebbe pensaci molto prima di prendere la via della musica lirica, perché è piena di difficoltà, vicoli ciechi, e tanto tanto sudore. Però da maestro, direi che iniziare bene fa la metà del risultato finale, la scelta del maestro, e dei modelli da seguire è fondamentale, ascoltate i cantanti del passato e fatelo con orecchio attento, asciugando l’ascolto cercando di capire cosa si fa e come in ogni momento del canto perché i grandi artisti sono sempre molto misurati e attenti a ogni cosa, mai pressappochisti, mai qualunquisti. Attenti al repertorio, e specie all’inizio cercare di lavorare tanto sul fiato, sulla conoscenza del proprio apparato (laringe e diaframma in primis) e cantare molte arie da camera e canzoni prima di dedicarsi alle difficoltà tecniche dell’opera lirica. Un tempo l’opera lirica era per pochi studenti che venivano scelti con rigorosissime tecniche dai pochi maestri in circolazione. Oggi devono essere gli studenti stessi a mostrarsi critici nei confronti di loro stessi.  Essere artisti oggi è tutto questo e in più anche una forza di volontà propria di creare la Novità. Dovete avere qualcosa da dire, qualcosa da proporre per creare interesse e spostare la luce su di voi. Il terzo fattore importantissimo è il Manager, una volta pronti si deve trovare un collaboratore che veda le potenzialità e abbia gli strumenti per svilupparle e venderle ai teatri e agli organizzatori. Proteggetevi sempre e proteggete la vostra voce, senza la voce non si può fare niente.   

Prossimi appuntamenti

Recentemente ho cambiato Manager, il rapporto con il mio precedente procuratore si era deteriorato, dovete sapere che anche i rapporti di lavoro tra Agenzia e Cantante Lirico si basano su rapporti di fiducia e di rispetto proprio come in altri settori ma anche nei rapporti familiari.  Si delega la rappresentanza del Cantante a un Manager che deve lavorare per il bene del Cantante stesso. Quando questo rapporto si logora, per i più disparati motivi, (spesso legati alla perdita di interesse di una delle due parti) allora è tempo di cambiare. Sto riprendendo il filo del discorso della mia vita artistica con il sig. Andrea De Amici e l’agenzia InArt Management, per programmare i prossimi mesi e anni, c’è da dire che con Andrea avevo lavorato all’inizio della mia carriera e con lui avevo raggiunto già giovanissimo grandi risultati tra cui Opernhaus Zürich nel 2007 e il MET nel 2010, stiamo adesso cercando di programmare con attenzione e creare un filo conduttore con i miei prossimi appuntamenti. A dicembre sarò di nuovo nella mia amatissima Salerno per il Figaro nel Barbiere di Siviglia, poi Germont in Traviata all’Opera di Montecarlo in marzo, e per il 2023 ci saranno due debutti molto importanti per me e che ho aspettato da tempo ma posso dirvi per adesso solo i ruoli e non ancora le produzioni e i teatri: Macbeth e Tabarro. In mezzo a tutto questo lavoro ho iniziato a dedicarmi all’insegnamento e mi metto a disposizione di tutti quei cantanti o aspiranti cantanti che hanno bisogno di essere seguiti coscienziosamente e in modo il più possibile continuativo, senza un metodo continuativo e attento, il raggiungimento degli obbiettivi di apprendimento sono davvero difficili.

Grazie a Massimo Cavalletti e In bocca al lupo!

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