TEATRO REGIO DI TORINO: TURANDOT

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©Ramella&Giannese

Il 2018 al teatro Regio di Torino si apre con una nuovissima produzione dell’ultimo capolavoro Pucciniano, uno degli spettacoli più attesi della stagione, in cui spiccano nomi di alto livello nel cartellone, dai protagonisti, al direttore d’orchestra, al regista.

Purtroppo la fama di questa produzione è stata accresciuta dalla notizia dell’incidente occorso nella recita di giovedì 18, riportata su tutte le principali testate nazionali, e conclusosi fortunatamente senza danni irreparabili.
Dopo i dovuti e necessari controlli tecnici, le recite sono prontamente riprese come da cartellone, ma senza le scenografie sospese in aria sul palcoscenico.
Ciò non ha comunque compromesso la riuscita del lavoro creato dal regista Stefano Poda, che ha firmato anche scene, costumi e luci.
Poda ha dato vita ad una Turandot atemporale, di forte impatto visivo sia per la maestosa semplicità della scenografia, costituita da una struttura bianca con tre portali sul fondo, sia per i costumi, quasi tutti incentrati sul contrasto tra bianco e nero. Il tutto ruota però attorno ad una regia profonda, carica di significati intrinsechi, che va a scavare nella psicologia dei personaggi, approfondendoli da un lato insolitamente umano.
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©Ramella&Giannese

Vi è però del negativo, dato da un vero e proprio eccesso di questi significati intrinsechi, che risultano spesso di difficile collocazione all’interno dell’opera, o addirittura del tutto incomprensibili.

Particolarmente apprezzati i momenti di danza e la lettura del finale, nel quale a cadere trafitta dal pugnale è Turandot, e non Liù, che invece si eleva al di sopra di essa, completando così il pensiero di una Turandot inesistente, immagine e pensiero di Calaf.
La lettura di Poda si sposa perfettamente con quella del maestro Gianandrea Noseda, nell’esaltazione psicologica e umana della partitura e dei personaggi, e nel cesellamento di dinamiche insolite, che risultano particolarmente evidenti nel ruolo del titolo.
L’equilibrio tra orchestra e palcoscenico è ottimamente gestito, e mai vi è una situazione di sovrasto tra l’uno e l’altro.
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©Ramella&Giannese

La vera e insolita “novità” data da Noseda sta nella scelta di concludere l’opera con la morte di Liù, come Puccini fece, si crede, nell’incapacità di trovare un filo logico alla conversione della gelida e spietata Turandot.

L’orchestra del Teatro Regio di Torino segue perfettamente le indicazioni del maestro, e altrettanto fa il coro, diretto da Claudio Fenoglio, in una performance di altissimo livello.
Per quanto riguarda i cantanti solisti, si è delineata un’ottima qualità, a partire dalla protagonista Rebeka Lokar nei panni di Turandot.
La Lokar è un soprano dal volume corposo e dal colore luminoso, con un’ottima estensione, sicura, e che cura perfettamente sia l’emissione, la quale risulta sempre sul fiato, sia le dinamiche, in un ruolo in cui quest’ultime sono risultate spesso trascurate.
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©Ramella&Giannese

Grande successo per il soprano astigiano Erika Grimaldi che torna al Regio dopo il Falstaff di novembre, questa volta interpretando la dolce schiava Liù, convincendo il pubblico per la cura del fraseggio e per la bellezza del timbro, che si adatta perfettamente al carattere del personaggio, e compensando alcune carenze tecniche che la portano ad avere un’emissione a tratti scurita e calante.

Il protagonista maschile, Calaf, è interpretato da Jorge De León, tenore dal timbro scuro e potente, ma che troppo spesso risulta ingolato; il carattere del personaggio risulta inoltre poco definito, sicuramente non aiutato da una regia che delinea un Calaf lontano dall’idea del classico principe ignoto a cui si è abituati.
Ottimi sia vocalmente sia scenicamente le tre maschere interpretate da Marco Filippo Romano, Luca Casalin e Mikeldi Atxalandabaso, rispettivamente Ping, Pong e Pang, con particolare nota di merito per il baritono Romano.
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©Ramella&Giannese

Notevole il giovane basso In-Sung-Sim nel ruolo di Timur, soprattutto per la bellezza timbrica e la qualità di recitazione.

Completano correttamente il cast Antonello Ceron (Altoum), Roberto Abbondanza(un mandarino), Joshua Sanders (il principe di Persia) e le due ancelle Sabrina Amè e Manuela Giacomini.
Nel complesso una produzione interessante sotto molti punti di vista, destinata sicuramente ad essere ricordata come una Turandot profondamente diversa ed innovativa.
Stefano Gazzera
Torino, 21 gennaio 2018

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