INTERVISTA CON LA LEGGENDA: DOLORA ZAJICK ALL’ARENA DI VERONA

Intervistare Dolora Zajick è come intervistare la storia del canto e dell’opera lirica degli ultimi quarant’anni. Il mezzosoprano americano è una delle leggende viventi della lirica, con una carriera vissuta sui più grandi palcoscenici del mondo e accanto ai più grandi direttori e cantanti del pianeta. In questi giorni la cantante ha riportato all’Arena di Verona la sua paradigmatica Azucena nel Trovatore e durante una pausa dalle prove ci ha dedicato del tempo, raccontandoci le emozioni della sua ultima zingara nel Trovatore e la decisione del ritiro dalle scene, che avverrà a maggio 2020.

Partiamo dalle origini…Quando ha deciso di fare dell’opera il suo mestiere?
Allora… è complicato! In principio io studiavo per diventare medico e ho cambiato i miei piani, iniziando a studiare per essere una cantante lirica all’età di 22 anni.

È incredibile pensare che Azucena è stato uno dei suoi primi ruoli!
È stato uno dei primi ruoli che ho studiato e imparato, tuttavia è ovvio che quando si è giovani ci si dedica a ruoli come Cherubino o Siebel. Quando avevo ventiquattro anni ho fatto la cover per il ruolo di Azucena alla San Francisco Opera House, nel programma di formazione per i giovani “Merola”…

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©Foto Brenzoni

Molto giovane…Com’è cambiata la sua visione di questo personaggio attraverso gli anni?
Penso che la cosa più importante per quanto riguarda Azucena è il riuscire a portare fuori tutta la sua umanità. Se fai il ruolo nel modo giusto e se hai delle circostanze che te lo permettono, riesci a dimostrare al pubblico il perché dei comportamenti e delle azioni di questo personaggio, e risultano chiare anche i fatti più terribili che lei compie e ha compiuto. L’essenza di Azucena non è la banale e semplice cattiveria. Guardandola si è comprensivi e terrorizzati allo stesso tempo per tutte le cose che dice e che fa.

Dunque lei non è pazza come spesso si vuole far credere…
Assolutamente no! Verdi è stato molto esplicito ed esplicativo riguardo a questo punto, spiegando alla perfezione il disturbo di Azucena. Non è schizofrenica, ma soffre di disturbo da stress post-traumatico, anche se allora non si conoscevano queste patologie. Le sue condizioni sono perfettamente e accuratamente descritte nel dramma originale…si capisce tutte le motivazioni che la spingono a compiere determinati gesti.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Quali sono le differenze tra Azucena e gli altri due grandi ruoli mezzosopranili verdiani: Amneris e Eboli?
Azucena non è la più difficile delle tre. Se prendiamo i tre grandi ruoli di Verdi, Amneris, Eboli e Azucena, vediamo che ognuna ha le proprie caratteristiche specifiche. Sono tre personaggi molto diversi, e anche vocalmente richiedono tre approcci molto differenti. Eboli è molto diversa da Amneris, mentre Azucena si pone vocalmente in mezzo a queste due. È difficile cantare questi ruoli per coloro che non hanno il bagaglio tecnico necessario e la conoscenza dello stile che viene richiesto. Se hai la voce giusta, una tecnica solida e coscienza dello stile non sono poi così difficili. Sono ruoli che richiedono resistenza, essere in forma e sapere esattamente quello che si sta facendo.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Qual è il più difficile dei tre?
Tutti e tre i ruoli richiedono tantissime capacità tecniche, anche la coloratura. Azucena non è il più difficile dei tre, ma “Stride la vampa” è l’aria più difficile del repertorio mezzosopranile. Molti pensano che il punto difficile sia “Condotta ell’era in ceppi”, quando Azucena è immersa nelle sue visioni, la madre che getta al rogo il figlio, ma non è così.

E perché?
Perché “Stride la vampa” richiede una grande preparazione tecnica e una competenza estrema per cantarla adeguatamente.

È più difficile anche della canzone del velo di “Don Carlo”?
Si se la canti nel modo giusto!

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Una delle sue caratteristiche peculiari è l’ampio uso della voce di petto, cosa ne pensa di questa questione su cui spesso ci sono pareri discordanti?
Se la usi scorrettamente è dannosa, ma se no ti può aiutare anche molto. Spesso mi è stato detto che con l’uso dei suoni di petto avrei danneggiato la mia voce…l’ho sentito dire per quarantacinque anni e sono ancora qui a cantare! (ride)

Lei è anche un’insegnante di canto: com’è cambiata la scuola di canto americana rispetto ai suoi anni di studio?
Ci sono molte scuole di canto diverse, non ce n’è una sola standardizzata: dipende dall’insegnante e anche dallo studente. Io sono nata come cantante con la vecchia scuola di canto e di tecnica, ovviamente con una sensibilità moderna. Non avevo uno stile antico che era anche pieno di errori musicali talvolta, bisogna dirlo. Tuttavia quello che manca oggi è l’autenticità che avevano i grandi cantanti del passato. Ci sono cose positive e negative in ogni epoca. Quello che io cerco di fare come insegnante è insegnare la tecnica della grande scuola del passato ma affiancandola ad una sensibilità di interprete e di musicista assolutamente moderna.

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Quali sono i consigli che si sente di dare ai giovani cantanti?
Consiglio loro di ascoltare i cantanti del passato. Prendete una frase con la quale avete dei problemi o delle arie/duetti che state studiando e andate ad ascoltare tutti i grandi interpreti prima del 1962: ascoltate come loro risolvono determinati passaggi e confrontateli. Alla fine riuscirete ad avere consapevolezza dello stile, degli errori più frequenti e vi accorgerete anche delle differenze con cui questi cantanti affrontano un’interpretazione, facendovi rendere conto di quanto sia importante l’artisticità. Il cantante arriverà a poter analizzare il suo problema e con l’aiuto dell’ascolto a poterlo risolvere. Un grande cantante infatti si vede da come risolve un problema. Ci sono quasi sempre piccole difficoltà, piccoli ostacoli che il compositore inserisce e dettagli che hanno bisogno di cure: in come si risolvono queste cose si vede la competenza e l’intelligenza di un cantante. Nel modo in cui risolvi un problema, nel modo in cui rispetti lo stile del compositore, nel modo in cui trovi la tua interpretazione personale…questo fa di un cantante un artista. L’errore che spesso i cantanti fanno è quello di andare contro e di voler cambiare le intenzioni del compositore. Avere un giusto approccio stilistico è molto importante qualunque sia il repertorio, russo, italiano o francese, non importa. Lo stile lo si impara moltissimo ascoltando i cantanti del passato. Poi bisogna trovare un bravo insegnante di canto, e devo dire che in giro ce ne sono, non molti, ma ce ne sono. È importante andare da più insegnanti a farsi ascoltare e capire quale di questi ti può veramente aiutare. Molti dicono: “poveri questi cantanti con questi pessimi insegnanti”. La verità è che per diventare un cantante di primo livello si deve riconoscere quando un insegnante sta lavorando o meno per te. Succede spesso che un cantante studi dieci anni con un insegnante e poi si ritrova numerosi problemi vocali e incolpa il maestro per non averli corretti. Tuttavia l’insegnante se sta sbagliando non se ne accorge….non può accorgersene!

Come prepara un ruolo?
La prima cosa da cui parto sono le parole, il testo. Poi affianco al testo il ritmo e pronuncio le parole su di esso. Le note vengono dopo, così come solo alla fine lavoro sull’approccio tecnico al ruolo.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

E dal punto di vista teatrale?
L’aspetto teatrale e interpretativo è parte del processo iniziale sul testo. Leggendo penso agli aspetti drammatici del testo e all’interpretazione, ben prima di studiare la parte da un punto di vista musicale. Penso prima di tutto a come rendere espressivo il tempo e a tutti gli aspetti drammatici e i mezzi espressivi che affiancano il canto e che puoi usare per trasmettere la tua interpretazione. Sono tutte cose necessarie quando sei sul palco.

Ha debuttato all’Arena di Verona nel 1989 con Amneris…Quali sono i ricordi di quel debutto?
Onestamente ho fatto circa 300 recite di Amneris nella mia vita e moltissime qui all’Arena di Verona e quindi non riesco a separare i ricordi di ognuna! (ride)

Però quali sono le emozioni nel cantare qui?
L’emozione viene dal pubblico così grande…un pubblico così numeroso che non si vede mai all’opera. È anche un luogo di “conversione” all’opera…molte volte qui ho ricevuto complimenti da persone che non avevano mai visto un’opera e dopo una recita all’Arena si sono innamorate di questa musica. È entusiasmante vedere l’opera qui, seduti sulle pietre in questo magico anfiteatro rimando, aspettando gli eleganti nell’Aida. Molti dopo aver visto l’opera qui ritornano a teatro, diventano appassionati del genere…è fantastico. C’è alla base dell’Arena una vera e propria operazione di attrazione di nuovo pubblico e di divulgazione di quest’arte a un pubblico che probabilmente all’opera non andrebbe mai se non in una circostanza come questa, all’aperto e abbastanza informale. È veramente una bella cosa questa.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Quali sono invece le difficoltà di cantare all’Arena?
La difficoltà sta nella sua grandezza, e non sto parlando della vastità del pubblico, ma dell’ampiezza del palcoscenico e della scena. Devi veramente sentire questo spazio per poterlo capire. Non c’è spazio per l’intimità: se in un teatro normale spalanchi un braccio, tutti lo vedono, se in Arena spalanchi entrambe le braccia forse qualcuno ti vedrà (ride). Tutto deve essere più grande e ampio rispetto al solito.

E vocalmente?
Non c’è alcuna differenza rispetto a cantare al chiuso. Lo spazio circolare è perfetto per il ritorno della voce, l’acustica è ottima…è esattamente come cantare in teatro. Quando sono in Arena non mi sembra quasi di cantare all’aperto.

C’è un ruolo che non ha mai cantato qui e che le piacerebbe invece fare?
No, non direi…ho cantato molto qui. Questa sarà l’ultima volta che canto Trovatore perché ho deciso di ritirare questo ruolo dal mio repertorio e sto organizzando il mio ritiro dalle scene che avverrà nel 2021. Ho già settant’anni e ho deciso di smettere di cantare…penso sia arrivato il momento giusto.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

È stato difficile prendere questa decisione?
No! Ho cantato per quarantacinque anni e ho fatto tutto quello che volevo fare. Ora sto ottenendo un bel successo come compositore: ho composto il mio primo pezzo in occasione del 500esimo anniversario della nascita di Santa Teresa d’Avila. Ho creato questa scena operistica per le celebrazioni organizzate dall’ordine delle suore carmelitane a New York. Non avevo mai scritto una scena d’opera prima e l’esecuzione è stata recensita molto bene da alcuni critici importanti. Questa composizione ha ricevuto dei bellissimi apprezzamenti e ha cominciato ad essere diffusa, perché molti volevano cantarla, e ha fatto anche il suo debutto in Europa, a Madrid. Comporre mi piace moltissimo ed è un’attività che richiede una concentrazione estrema ed esclusiva. Sto anche scrivendo un libro sul rapporto dell’uomo con la musica in una prospettiva evolutiva. Anche questo è un lavoro che richiede tempo, non essendo una biografia ma un libro scientifico, che ha bisogno di grande attenzione anche per quanto riguarda la bibliografia che deve essere ampia e appropriata. Se canto tutto il tempo e sono impegnata in tante produzioni non ho il tempo per concentrarmi su questi progetti. Devo lavorare anche sul mio programma per l‘Institute for young dramatic voices, di cui sono presidente e direttore generale. È una realtà interessante, che mira a coltivare voci drammatiche e inusuali, che si confrontano più che altro nel repertorio verdiano e wagneriano. Ci sono voci come contralto o basso profondo, voci per le quali è necessario approfondire un determinato repertorio, come può essere quello russo o monteverdiano per i bassi. Curiamo le specialità.

Oggi si parla spesso di crisi delle voci drammatiche…quali sono le difficoltà di questi cantanti?
Oggi spesso la gente non capisce queste voci, perché sono voci che evolvono in un lasso di tempo più lungo. Spesso non si ha la pazienza per seguire il processo di maturazione di queste voci. Sono voci speciali, che necessitano di un percorso particolare e specificatamente dedicato. Al nostro istituto abbiamo dei programmi diversi che vanno dagli studenti di canto in età da scuola superiore, fino ai giovani professionisti già in carriera e con importanti debutti in agenda. Abbiamo un progetto dedicato interamente a Wagner e molti progetti collaterali che aiutano lo sviluppo vocale e artistico di questi giovani.

Le prossime tappe dopo questo Trovatore areniano?
Sarò Marfa Ignatěvna Kabanová in “Kát’a Kabanová” al MET e poi alcuni concerti dove canterò qualche aria, ma poi basta. Penso sia davvero arrivato il tempo di ritirarmi, molto serenamente.

Grazie a Dolora Zajick e In bocca al lupo! 

Francesco Lodola

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