“SUZUKI, SERVA DELL’ANIMA”: INTERVISTA A MANUELA CUSTER

Manuela Custer è artista straordinaria, attrice commovente e donna di grande umanità e sensibilità. Il mezzosoprano sarà protagonista nel ruolo di Suzuki nella “Madama Butterfly” al Teatro Filarmonico di Verona, un ruolo quello della serva della sventurata Cio Cio-san che è un suo cavallo di battaglia e a cui è particolarmente legata anche personalmente. Abbiamo avuto il grande piacere di poterla intervistare pochi giorni prima della prima.

Come hai iniziato il tuo percorso nel canto?
Ho cominciato per caso…ero una bambina pigra, con una sorella atleta pazzesca, al livello quasi di entrare nella nazionale di ginnastica artistica, un padre sportivo…io invece ero una schiappa. Hanno provato a portarmi sulla strada dello sport, ma ero veramente patetica (ride, ndr.). Ad un certo punto è arrivato sulla mia strada un sacerdote, Giuseppe Menanno, un’anima illuminata, una persona santa, che cercava dei bambini per formare un coro di voci bianche per avvicinarli alla musica. Da quel coro credo che ci siano una decina o più di persone che hanno poi deciso di fare della musica una professione. E’ stato davvero un regalo quello che lui ha fatto per noi e non lo dimenticherò mai. Venne nelle classi per chiedere a chi avrebbe fatto piacere partecipare a questo coro e io mi offrii. Tornai a casa e tutti risero come i pazzi, perché ero considerata stonata (ride, ndr.). Io invece imperterrita perseguii la mia decisione e si scoprì così che avevo l’attitudine. Ho cominciato da quel momento a studiare musica, giovanissima, neanche undici anni. Ho preso il diploma di teoria e solfeggio, quella per strumentisti con setticlavio e annessi e connessi, ci tengo a dirlo (ride, ndr) e ho scelto di frequentare le magistrali. Avrei voluto fare il liceo classico, ma era complicato per una questione di tempistiche, poiché per studiare ho sempre viaggiato: dunque ho fatto quello che oggi è il liceo pedagogico pensando anche che avrei avuto una seconda opzione lavorativa se con il canto non riuscivo a concludere nulla. Avrei voluto anche iscrivermi a filosofia all’università, ma non sono riuscita, anche se mi sono poi formata in altro modo in questo frangente. A 13 anni cantavo Carmen con la regia di Bussotti, la direzione di Prestia (padre del basso Giacomo Prestia) al Festival Segusino, che era una realtà musicale della Val di Susa creata dallo stesso Prestia. Lì feci sia Carmen che poi La Traviata (con la regia di Paolo Poli) e debuttai Kate Pinkerton in “Madama Butterfly”. Ricordo distintamente Bussotti che prepara la scena finale di Carmen e io che ossessivamente, osservandolo, penso a come mi sarei mossa io e assorbo quello che lui dice. Pensavo: “voglio fare questa cosa qui per tutta la vita”. Lì è nato tutto e non è mai finito.

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©Giacomo Orlando

Il tuo istinto teatrale è nato lì o durante i tuoi studi?
Direi che non è mai nato…era già lì, sopito. Non ho una famiglia colta dal punto di vista della musica classica e d’opera, non abbiamo avuto la fortuna di poter frequentare un teatro d’opera, ma i miei amatissimi genitori, Lorenza e Gastone, mi hanno indirizzato in qualche modo all’ascolto della musica e con amore mi hanno sempre lasciata libera di scegliere la mia strada. Gli sarò sempre grata e sempre fiera di loro. Vivevamo in un contesto di vita modesta, lo dico con grande orgoglio, e quindi è stato veramente un atto d’amore quello di spingermi a fare ciò che desideravo. La mamma mi racconta che quando ero piccola e sentivo la musica classica piangevo e mi rintanavo in un angolino per l’emozione…evidentemente il mio destino era già lì, come una vocazione. C’è chi crede nella reincarnazione o in Dio, io credo che semplicemente mi è stato fatto un dono che io ho cercato di servire, bene o male non lo so. La musica mi ha onorata e mi onora. 

Farsi onorare dalla musica è un concetto difficile da mettere in pratica…
E’ un concetto quotidiano, e devo dire che parlando di questa Butterfly che canterò qui a Verona, Puccini è stato un compositore importante nel farmi capire questo. Quando ho debuttato Suzuki mia mamma era in ospedale, operata di una brutta malattia, un cancro, e avere di fronte questa sofferenza di mia mamma e cantare quest’opera contemporaneamente mi ha costretto a mettere mano nelle mie budella e a guardare allo spartito senza oggettivare quella che era una mia tragedia personale, ma di empatizzarla con quella di Butterfly, e Puccini in questo è assoluto. Lui sapeva come conoscere e magnificare in maniera catartica la tragedia, intesa quasi classicamente. Davide Livermore in una recente intervista ha detto che Puccini ha inventato il cinema e non c’è nulla di più vero: basta osservare una partitura pucciniana per osservare le indicazioni, le didascalie che non sono mai retoriche ma pregne di significato. Infatti quel signore è stato diabolico: basta arrivare a “sono andati? Fingevo di dormire” e piangi, “Sola, perduta, abbandonata” e piangi, “Ei torna e m’ama!” e piangi…non puoi fare a meno di piangere. Dunque farsi celebrare dalla musica significa far trasparire un concetto, ciò che universalmente ci appartiene, attraverso di essa, facendo tacere la nostra presenza più o meno ingombrante. Forse è una cosa non proprio di moda oggi, ma mi rendo conto personalmente che più vado avanti e più la musica mi parla, se io taccio. 

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Quello che personalmente ho notato ed ammirato in te è ciò che fai in concerto: ad ogni aria ti trasformi, in maniera impressionante direi…è una cosa conscia o istintiva?
E’ una cosa conscia direi, come quando si mangia qualcosa che può essere una tartare di tonno o una tartare vegana: l’atto è conscio, poi da esso scaturisce un mondo filtrato da tanto lavoro. La trasformazione avviene dall’interno. Se canti “Vaga luna” e hai visto almeno una volta l’Etna e la casa di Bellini, o se canti lo stornello di Verdi e hai mangiato almeno una volta a Parma il culatello puoi sicuramente comprendere tutto l’universo che è attorno a queste due arie che seppur molto praticate e formalmente simili, contengono mondi diversi. Poi c’è anche la parola che ci aiuta, e noi che siamo italiani siamo avvantaggiati in questo: la parola non va solo capita, ma interiorizzata…nel momento in cui siamo adesi a ciò che cantiamo, cambiamo, ci trasformiamo.  Così come avendo cantato quasi cento recite di Butterfly, ogni volta che io sento il testo (e badate bene, non lo “ascolto”), si crea qualcosa di diverso: cambiano i colleghi, il maestro, l’elettricità del momento. Devo dirlo: siamo benedetti e immensamente fortunati di fare questo “mestiere”. Poi ovviamente c’è lo sforzo e lo studio, e gli incontri che ti aiutano a veicolare il tuo istinto innato in una determinata direzione. In questo modo le cose diventano divertenti, poiché sebbene lo studio possa essere faticoso, dobbiamo essere felici di poter ammirare da vicino tale bellezza. 

Andando nello specifico, chi è Suzuki per te?
Suzuki è una serva dice il libretto, ma è la serva del destino di Butterfly. Ovviamente a seconda di come il regista intende costruire l’impianto drammaturgico della sua messinscena, è una serva diversa. L’unica volta che mi è capitato di fare davvero la serva in scena, portando scatole e scatolette, è la volta che mi sono divertita di meno (ride, ndr.). Suzuki non è la madre, la sorella, né la zia di Cio Cio San ma è tutte queste cose insieme, è come se fosse il suo alter ego, è lo specchio attraverso il quale il pubblico vede la vicenda: è gli occhi, il cuore, la pancia, l’intelletto. E’ la mamma, la sorella, la zia, ma soprattutto è l’amante, nel senso di colei che ama. E’ la serva della sua anima. La mamma di un ragazzo tossicodipendente o perfino di un assassino non penso cessi mai di amare suo figlio…la maternità è un legame indissolubile e indiscutibile. Suzuki per me è l’archetipo della maternità e del femminino. Forse do troppa intensità a questo ruolo, ma lo vedo come un’opportunità grandissima di introspezione di totale simbiosi ed empatia. Se pensiamo a quello che è successo a queste due donne che sono state reiette dalla società, rinchiuse per tre anni, anni in cui Butterfly ha dato alla luce un figlio, si rimane colpiti profondamente. Butterfly è una donna che è colpita da una psicosi grave e penso che sarebbe stata da curare. Il nucleo di Suzuki è che qualunque cosa Cio Cio San decide di fare, lei è pronta ad accettarlo e a lasciarle la libertà di scegliere….questo vuol dire che la ama sopra ogni cosa. 

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Vieni ora da “Lady, Be good” di Gershwin al San Carlo di Napoli, ora sei di ritorno a Verona con Butterfly: in che modo riesci ad ottenere l’equilibrio stilistico per affrontare un repertorio così eclettico?
Questa è una domanda che mi fanno tutti: non ci ho mai pensato, quando canto Gershwin canto nel suo stile e quando canto Puccini ovviamente in un altro stile. Per conoscere gli stili è necessario fare uno studio storico e ottenere una consapevolezza critica delle fonti ed essere leali ad esse. Bisogna sapere che cosa succedeva per esempio nel 1650 e che cosa invece nel 1920, oppure nel 1904, l’anno di Butterfly. Oggi abbiamo degli strumenti che ci avvantaggiano in questo, basta aprire Wikipedia. Io la vivo più come un’esperienza antropologica e sociologica, ammesso ovviamente che ci sia una preparazione stilistica che è fondamentale, però assorbito questo, io penso che sia necessario essere liberi quando si è sul palcoscenico. Non credo sia una cosa che mi appartiene, ma semplicemente mi metto davanti alla musica e cerco di capire, interessandomi anche alle testimonianze, che per esempio nel caso di Gershwin sono moltissime, essendo molto recente. “Lady, be good” è stata creata per I fratelli Astaire e quindi basta vedere un film di Fred Astaire per comprendere il loro stile: erano ballerini che cantavano, dunque non si può cantare come l’opera, bisogna avere swing e divertirsi…fare in modo che questo intrattenimento sia l’apoteosi della leggerezza, ma di una leggerezza estremamente elegante. E’ bello anche alternare titoli così al peso emotivo di opere come Butterfly. L’importante è essere equipaggiati e in modo adeguato…Se vai in montagna in costume da bagno, potresti avere dei problemi (ride, ndr)

C’è un ruolo che sogni in questo momento della tua carriera?
Ho nel cuore Werther…Charlotte è un altro esempio di donna meravigliosa. Ho moltissimi ruoli che mi piacerebbe cantare. Non sono particolarmente attratta da Carmen, forse sono l’unico mezzosoprano dell’universo a dire questa cosa (ride, ndr), anche se sono partita da lì. Mi piacerebbe cantare Dulcinée nel “Don Quichotte” di Massnet, un’opera bellissima, o Lucretia in “The Rape of Lucretia di Britten, un autore di grande modernità. Non canterò i ruoli verdiani di mezzosoprano, perché mi è stato insegnato che bisogna “sedersi” sulla musica e non il contrario…E’ giusto lasciarli cantare a chi può dare loro giustizia e dedicarsi a Rossini, che sarà per sempre nella mia carriera. C’è tantissima musica che ancora non ho esplorato e voglio esplorare ancora più a fondo quella che ho già cantato!

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Prossimi impegni…
Dopo questa Butterfly affronterò appunto una sfida molto divertente, a Venezia, dove alla Fenice sarà in scena questo dittico molto affascinante e divertente con “Il Castello del Principe Barbablù” di Béla Bartók e l’opera dove io canterò “A Hand of Bridge” di Samuel Barber con il libretto di Gian Carlo Menotti, un piccolo capolavoro di nove minuti….non so giocare a bridge, spero qualcuno mi insegnerà! Il libretto di Menotti è incredibile, nel quale io dico una sola frase quasi che si ripete ossessivamente e sarà dunque per me una grande prova di attrice nel trovare ogni volta un modo diverso. In nove minuti si apre un mondo dietro una semplice partita a carte. Sono molto felice di tornare alla Fenice, un teatro che amo molto e che mi ha sempre dimostrato grande affetto. Farò successivamente un tour in Francia con “Madama Butterfly” nello splendido spettacolo di Fabio Ceresa. Suzuki è un ruolo che mi ha portato molta fortuna e come sempre mi sento onorata di poter dare il mio cuore a questo personaggio e di poter cantare la musica del genio Puccini. Poi debutterò con grande gioia la Marquise de Berkenfield ne “La fille du régiment” al Festival Donizetti 2020. 

Grazie a Manuela Custer e In bocca al lupo!

Francesco Lodola

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