Basta stringere tra le mani la celeberrima Guida Bradshaw e abbandonarsi al viaggio per scoprire nella Romania un paese pieno di cultura e ricchezza architettonica ed artistica, passando tra le altre dalla splendente Bucarest alla “piccola Vienna” Timișoara, fino a Cluj-Napoca (antica seconda capitale del Regno d’Ungheria dopo Budapest) e infine Iași.

Ed è proprio in quest’ultima che siamo arrivati lo scorso fine settimana, per una ricorrenza speciale, la rappresentazione de La Traviata di Verdi che chiudeva la settimana di festeggiamenti per il 65° anniversario della costituzione dell’Opera Nazionale Romena di Iași, inaugurata con Tosca nel 1956 (l’opera di Puccini apriva le celebrazioni), nel magnificente Teatro Nazionale progettato dagli architetti viennesi Ferdinand Fellner and Hermann Helmer ed inaugurato nel 1840.

Iași, la città costruita su sette colline, è piena di cultura, storia, una città accogliente e dall’atmosfera dolce, come la sua gente. Il Teatro Nazionale domina la strada dedicata all’attrice romena Agatha Barsescu (grande tragédienne, nominata “Attrice di corte” al Burgtheater di Vienna e applaudita dall’imperatore Franz Josef), al cui altro capo sorge l’imponente Cattedrale Metropolitana dedicata alla Santa Parascheva e San Giorgio, e intitolata alla presentazione di Gesù al Tempio. Non lontano da questi due monumenti troviamo il prezioso Palazzo della Cultura, centro della vita artistica della città, sede della più importante collezione pittorica romena (con opere di Caravaggio, Veronese e van Dyck). Ricordiamo la recente visita in città (giugno 2019) di Papa Francesco, che dopo aver visitato la Cattedrale cattolica di Santa Maria Vergine Regina, ha celebrato proprio davanti al Palazzo della Cultura una solenne Messa, che ha richiamato oltre 100mila fedeli (tra cui molti giovani). Insieme alla grande Università (una delle più antiche e storiche della Romania) questi edifici rappresentano il centro del nobile e verde quartiere di Copou.

Incantati dalle bellezze di questa città, non siamo stati meno incantati dalla rappresentazione all’Opera Nazionale, che sotto l’amministrazione di Daniel Sandru (general manager) e di Andrei Fermesanu (direttore artistico) sta rinascendo dalle proprie ceneri, puntando all’ingrandimento del repertorio (un tempo vastissimo) e all’innalzamento della qualità, portando su questo palcoscenico artisti di alto livello.

Protagonista della Traviata è infatti una delle stelle più fulgide che la Romania abbia regalato al mondo negli ultimi decenni, Elena Moșuc, nativa di Iași (città natale di altre celebri primedonne, come Nelly Miricioiu e le sorelle Mioara e Viorica Cortez) che ritornava ad uno dei personaggi più significativi della sua carriera, Violetta Valery, confermandosene interprete di riferimento, più forte ed più intensa che mai. La Moșuc con solo la sua presenza vocale e teatrale ipnotica è il centro dello spettacolo. Reduce solo da qualche giorno da un’acclamata Norma a Bucarest e di ritorno nella sua città dopo solo una Traviata nel 2013 (nella produzione più elegante di Anda Tabacaru) e un paio di concerti, la diva si getta nel dipanare gli accenti più commossi per la sua Violetta. La sua è una creatura fatta di sospiri (come non mai gli accenti di “Ah, fors’è lui” risultano così poetici) e di un’intimo, morboso attaccamento alla vita. La forza interiore di questo personaggio emerge come non mai attraverso le capacità vocali della Moșuc, travolgente nel canto di coloratura e abbacinante nel canto legato così come nei drammatici affondi. Non dimenticheremo facilmente la messa di voce prima del finale di “Addio del passato”, da brividi nella schiena e il filato finale sul La naturale lunghissimo e altrettanto emozionante. Il soprano esibisce anche un sovracuto fuori ordinanza (oltre allo sfavillante, drammatico e incandescente Mib finale in “Sempre libera), il re sovracuto alla fine del Brindisi, nota di pregnanza sonora benedetta, che forse nulla aggiunge alla perfezione della sua interpretazione, ma che ci riporta all’entusiasmo epidermico che sta alla base della popolarità dell’opera lirica.

Accanto alla Diva un cast di eccellente livello, a partire dall’Alfredo di Florin Guzgă, giovane tenore dalle splendide qualità vocali, timbro argentino, limpidezza d’emissione, intuizioni espressive sempre all’altezza e di grande sensibilità, non che spavalderia tutta tenorile nell’acuto e nella veemenza interpretativa. Adrian Mărcan è altrettanto convincente nei panni di Giorgio Germont, grazie anch’egli ad una vocalità importante, tecnicamente assolutamente ferrato e sempre interpretativamente coinvolto e coinvolgente.

Completano il cast Florentina Onică (Flora), Victor Zaharia (Barone Douphol), Teodor Busnea (Dottor Grenvil), Brîndușa Moțoc (Annina), Olivian Andrișoae (Gastone), Daniel Mateianu (Marchese d’Obigny) e Florin Roman (Giuseppe).

Sul podio il M° David Crescenzi, alla guida dell’Orchestra e del Coro dell’Opera (diretto da Manuel Giugula), si distingue per la sua sensibilità interpretativa, l’attenzione al ritmo teatrale e all’accompagnamento del canto, di cui è preziosissimo sostegno.

Resta da dire della regia di Beatrice Rancea, che è poco definire confusa. Si tratta di uno spettacolo dalle idee assolutamente non originali, ma raccolte di qua e di là da spettacoli di ben altra fattura e dalla storia invero più lunga. Quello che disturba è il continuo movimento, la presenza continua di personaggi, che disturbano in particolare i momenti più intimi della protagonista (sia nell’aria del primo atto che in “Addio del passato”). E’ una regia che oltre a risultare invasiva non aiuta il lavoro degli interpreti. Da lodare però l’impegno che Cristi Avram ha messo in soli cinque cinque giorni per riprendere fedelmente lo spettacolo. All’infelice concezione registica originale si aggiungono le infelici scene e gli infelici costumi di Doina Levintza, che solo la Moșuc riesce a nobilitare con l’eleganza e la bellezza della sua figura.

Al termine un trionfo festoso ed entusiasta, con lunghe standing ovation per la protagonista.

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